Rapporto Svimez, il Sud si sveglia ma la Sicilia annaspa

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Due anni di crescita a livelli addirittura più alti di quelli fatti registrare nello stesso arco di tempo dalle regioni del Centro-Nord non bastano – secondo l’analisi della Svimez che ieri ha reso note le anticipazioni del Rapporto 2017 sull’economia del Mezzogiorno – per consentire a questa macro-area del Paese di uscire dalla spirale bassi salari – bassa produttività – ridotta accumulazione. E tanto meno alla Sicilia, che con uno 0,3% di crescita fra il 2015 e il 2016, è finita al penultimo posto nella graduatoria fra le otto regioni meridionali.

“Un segnale da non sottovalutare, questo relativo alla performance di alcune regioni del Sud – osserva Claudio De Vincenti, ministro per la Coesione territoriale e il Mezzogiorno, che la Svimez ha invitato a dialogare sulle anticipazioni del Rapporto – specie se si tiene conto che i tassi di crescita realizzati da alcune delle regioni meridionali (nel 2016 rispetto all’anno precedente la Campania ha fatto registrare un +2,4%, e la Basilicata un +2,1% – n.d.r.). E che quello complessivo del Mezzogiorno è stato dell’un per cento, due decimi di punto più del Centro-Nord. Da non sottovalutare anche perché significa che c’è ancora molto da lavorare per ridurre l’ancora non risolto divario Nord-Sud”.

“Noi della Svimez – sottolinea Adriano Giannola, presidente del più accreditato centro di ricerca sul Mezzogiorno – abbiamo fatto qualche calcolo i cui risultati ci hanno portato a concludere che, se dovesse mantenere questo certamente non brillante ritmo di crescita, il nostro Sud tornerebbe al livello del 2007, cioé alla vigilia della crisi esplosa l’anno successivo, soltanto nel 2028. Ossia con un ritardo di dieci anni rispetto a quando questo risultato, sempre secondo i calcoli della Svimez, dovesse essere raggiunto dal Centro-Nord”. Con tanti saluti – si potrebbe aggiungere – al superamento dello storico divario fra le due Italie…

Ma la questione Mezzogiorno, si ricava dalle anticipazioni del Rapporto Svimez appena presentate, è molto più complessa; e presenta, gli uni accanto ad altri, aspetti positivi e negativi. E’ fuor di dubbio, per esempio, che nei due anni precedenti il prodotto interno dell’area ha superato, grazie all’incremento dei consumi e degli investimenti, quello registrato nel resto del Paese. Ma di appena due decimi di punto. E non può essere ignorato il fatto che nel 2016, conclusasi la fase di accelerazione della spesa pubblica originata dalla chiusura della programmazione dei fondi strutturali europei per il settennio 2007-2013, si è registrata una sensibile contrazione della spesa in conto capitale (mai così bassa: 13 miliardi, pari allo 0,8 del Pil).

Inoltre la stessa Svimez – nelle previsioni per quest’anno e il prossimo, presentate nel contesto delle anticipazioni del Rapporto 2017 – afferma che a fine anno il pil meridionale dovrebbe aumentare all’1,1% contro l’1,4% previsto per il Centro-Nord. E aggiunge che – dati particolarmente preoccupanti – si profila all’orizzonte soprattutto del Sud una ridefinizione della struttura e della qualità dell’occupazione per l’effetto combinato dell’aumento della quota di occupati anziani  parallelamente a quello dei dipendenti a bassa retribuzione. Fenomeni che probabilmente favoriranno la formazione e il consolidamento di un drammatico dualismo generazionale.

Dualismo che dal 2008 ad oggi ha ridotto di un milione e duecentomila unità in tutta Italia il totale dei giovani occupati. E che, con ogni probabilità, ha determinato la crescita del numero di coloro che si trovano in una condizione di povertà assoluta (il 10% della popolazione meridionale, il 6% di quella centro-settentrionale. E quanto poi al rischio di povertà, nel Mezzogiorno è triplo rispetto a quello esistente nel resto d’Italia.

 

In presenza di un quadro previsionale così drammatico, la Svimez “propone una strategia mirata a rivedere la politica europea di coesione, ad ottenere più ampi margini di flessibilità del bilancio, ad abbandonare le politiche di austerità e a rivedere il “fiscal compact” (l’accordo Ue che detta le regole dei bilanci statali degli Stati membri) per poter rilanciare gli investimenti pubblici considerare il Mediterraneo come il naturale orizzonte strategico dell’Italia”.

 

 

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