TAJANI, ricollocazione migranti non funziona, servono sanzioni

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“Gli Stati membri dovrebbero smettere di tergiversare in merito alla ricollocazione dei richiedenti asilo! Devono onorare gli impegni assunti in seno al Consiglio e approvati da questo Parlamento!”. Antonio Tajani non fa sconti a nessuno. Ieri il presidente dell’Europarlamento, una volta che l’Aula di Strasburgo aveva approvato a larga maggioranza (398 sì, 134 no, 41 astensioni) una risoluzione che, senza tanti complimenti, ha richiamato all’ordine gli Stati membri che sinora non hanno rispettato le indicazioni del Consiglio relative alla ricollocazione di 160.000 richiedenti asilo approdati sulle coste mediterranee di Italia e Grecia, ha rilasciato una durissima dichiarazione che si apre con le due frasi richiamate sopra.

 

“La solidarietà necessita di azioni, non solo di parole. Invitiamo la Commissione europea a garantire lo Stato di diritto”, ha proseguito Tajani senza abbandonare la durezza del linguaggio, ampiamente motivata da un più o meno velato ma sostanziale rifiuto di buona parte degli Stati membri Ue di accogliere migranti secondo tempi e numeri concordati e stabiliti a livello comunitario. Un rifiuto, questo, che non è privo di conseguenze economiche, organizzative, di assistenza non solo medica, per quegli Stati membri in prima linea sul fronte dell’accoglienza ai migranti.

“L’Italia e la Grecia continuano a essere sottoposte a un’enorme pressione dal momento che migliaia di migranti continueano sbarcare sulle coste di questi due Paesi ogni giorno”, sottolinea inoltre Antonio Tajani nella sua dichiarazione. Ricordando che, con un provvedimento di emergenza assunto nell’estate di due anni fa, l’Ue stabilì che, del popolo di migranti sbarcati complessivamente in Italia e in Grecia fino a quel momento, 160.000 persone avrebbero dovuto essere ricollocate in altri Stati membri.

Ma quella cifra si è rivelata essere soltanto un pio desiderio. Poiché ora si apprende dalla risoluzione approvata ieri che alla data dell’11 maggio scorso solo 18.770 persone (all’incirca il 12 per cento di quelle 160.000) sono state ricollocate in altri (pochi) Stati membri Ue che si sono fatti carico della propria quota. E ciò, ha detto il presidente Tajani, “è profondamente ingiusto”. Un’ingiustizia, si legge nella risoluzione approvata ieri a Strasburgo, che colpisce chi (istituzioni e cittadini) si prodiga ormai da anni per aiutare persone in gravi difficoltà. Ma potrebbe essere cancellata se, come è stato preannunciato ieri, il Parlamento dovesse arrivare ad attivare una procedura di infrazione a carico di quegli Stati membri che non rispettano le regole e che rischierebbero così di essere colpiti da sanzioni economiche.

Certo, la disponibilità e la generosità di tanti italiani e greci che si sono impegnati e si impegnano, spesso da volontari, in attività di accoglienza non possono essere considerate una sorta di passaporto per un numero (qui si tratta di grandi numeri) indefinito o addirittura infinito di persone bisognose di assistenza sulle cui difficoltà o disgrazie speculano bande di trafficanti senza scrupoli. E si possono condividere le preoccupazioni, gli interrogativi, i dubbi delle persone di buon senso che si trovano, senza averlo scelto, al centro di un vero e proprio ciclone demografico.

A costoro sembra indirizzata la parte finale della dichiarazione del presidente del Parlamento europeo. “I nostri cittadini – ha detto Tajani – si aspettano da noi una risposta efficace alle loro preoccupazioni. Ecco perché non possiamo limitarci solo di rispondere alle emergenze”. Mentre le ultime righe di quel documento sono rivolte chiaramente alle altre istituzioni europee (la Commissione e il Consiglio). Dice infatti il presidente dell’Europarlamento: “L’Unione europea deve attuare una volta per tutte una strategia globale per gestire i flussi migratori. Dobbiamo riformare profondamente il regolamento di Dublino sull’asilo (la legge europea che stabilisce la regola secondo la quale la prima assistenza ai migranti spetta al Paese di primo approdo – n.d.r.) e affrontare il problema alla radice investendo di più e meglio in Africa, nel quadro di una robusta diplomazia economica”.

Una proposta questa che, terra terra, potrebbe essere interpretata così: cerchiamo di aiutare, noi “ricchi” europei, anche economicamente ma non solo, gli africani; combattiamo duramente le bande di trafficanti di uomini, donne e bambini; e stabiliamo regole anche numeriche riguardo alla nostra capacità di accoglienza. Non sarà per nulla facile. Ma è l’unica strada percorribile, una strada che non ha alternative, ma che potrà aiutarci a impedire l’implosione dell’Europa intera.

 

 

 

 

 

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