Omicidi razziali, la Germania sembra l’Italia. Processi lunghi e memoria corta

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Impegnati come siamo a dare retta alla cacofonia salviniana ci siamo persi, o quasi, quel che accade in Germania. Eh no, stavolta non c’entra niente lo spread, né le dichiarazioni della Merkel. Tantomeno nessun riferimento ai mondiali. 
Noi italiani, abituati con cadenza periodica ai “processi del secolo”, ci siamo lasciati sfuggire, o quasi, un processo del secolo. Celebrato, appunto, in Germania. Esattamente dall’alta Corte di Giustizia di Monaco.
Iniziato il 6 maggio del 2013, a dimostrazione che anche oltralpe i processi durano più di qualche mese, ha visto come principale imputata Beate Zschäpe, della NSU (Clandestinità Nazionalsocialista).
Un gruppo, che alcuni ritengono essere una rete molto più ampia della triade di cui la Zschäpe faceva parte, che, riesumato il cadavere putrescente del nazionalsocialismo, compì per un decennio diversi sanguinosi crimini.
L’unica sopravvissuta della triade che uccise ben 10 persone, oltre a compiere altri atti terribili, è, appunto, Beate Zschäpe. Insieme ai due Uwe, Böhnhardt e Mundlos, si resero complici dei cosiddetti delitti del kebab: in cui nove delle dieci vittime erano proprietarie di attività a gestione famigliare e alcuni rivenditori di kebab. La decima vittima, in uno scontro a fuoco, fu invece una agente della polizia. 
Oltre al ferimento, nel giugno del 2004, di 22 persone a Colonia per l’innesco di una bomba artigianale.
Il processo, durato poco più di cinque anni, è culminato con la condanna all’ergastolo della Zschäpe, e altre condanne minori per alcuni protagonisti dei fatti su cui ha indagato la procura generale tedesca.
Perché questo processo può essere definito “del secolo”? Intanto per il numero di attentati e di omicidi sistematicamente destinati ad immigrati.
In secondo luogo perché ha evidenziato quanto anche in Germania, dopo l’epoca tremenda del nazismo, si sia sottovalutato un ritorno al passato. Al tremendo passato.
In terzo luogo per il ruolo, alquanto discusso e poco chiaro, giocato dall’intelligence tedesca, i servizi segreti interni. Diverse incongruenze hanno fatto dubitare della lealtà avuta dei servizi investigativi nel condurre le indagini sull’NSU.
Infine il legame di questo gruppo terroristico con i partiti e le forze politiche di destra in Germania: legami che procurarono loro, probabilmente, soldi e armi.
Un sistema, quindi, molto complesso e articolato che, pur dopo la condanna di Beate Zschäpe, rimane lontano dall’essere stato chiaramente definito.
Fin qui i fatti seguiti con interesse enorme dall’opinione pubblica tedesca rimasta peraltro sotto choc all’indomani della scoperta dell’esistenza dell’NSU.
Questo processo, che ha ispirato documentari, mini-serie TV, e riempito pagine e pagine di giornali (on-line oltre che su carta stampata) è terminato l’11 luglio scorso. Ma, certamente, non ne è terminato l’eco nella società tedesca.
Forse a noi sfugge il legame che quei fatti hanno con quel che accade in Italia. Con il tira e molla della Diciotti, con i fenomeni di recrudescenza dell’odio sociale, collettivo, nei confronti dei migranti e, in genere, nei confronti delle persone avvertite come “di troppo” nella società.
Mentre leggevo la stampa tedesca e mi documentavo, per il tramite di mia moglie che ha seguito e studiato tutte le fasi del processo, la mia mente ha ripescato alcune immagini del nostro quotidiano italico.
Mi è tornata alla mente l’arringa del Presidente della Regione, Musumeci, in quel di Pontida. Ricordate? “Hanno vocazioni e interessi diversi, ma senza il Nord, il Sud è sempre più isolato e senza il Sud, il Nord non va da nessuna parte”, tuonava Nello Musumeci.
Musumeci, non senza qualche difficoltà, provava a spiegare al popolo padano armato di elmi e variopinti simbolismi celtici, l’importanza dell’unità del Paese nelle sfide del tempo presente.
Il punto è che nel tempo presente le nostre società, tanto quella tedesca quanto quella italiana, si muovono smarrite e impaurite. La differenza tra l’italica stirpe e le gente germanica è che un tribunale ha avuto il coraggio, oltralpe, di dire quel che noi non vogliamo ammettere.
Non siamo vaccinati contro il fascismo. Mentre siamo saturi di un comunismo che mai è arrivato in Italia ma contro il quale siamo stati messi in guardia dal tizio di Arcore, abbiamo alimentato il ritorno di uno squadrismo fascista che, nella modernità, è andato oltre il 2.0. Uno squadrismo che è oggi percepito come autentica espressione dell’anti-sistema. Della serie: “se odi il sistema come lo odio io, non puoi non odiare chi non la pensa come te!”
Questo squadrismo ha trovato ahimè sponda nella politica italiana: in quella più scafata alla Salvini, ed in quella nuovista figlia del blog. Una deriva perseguita con metodica perversione che ha portato al risultato di rendere l’odio prevedibile.
L’odio, la rabbia contro lo straniero, contro chi la pensa diversamente è oggi così prevedibile che non ci spaventa più, né ci indigna. Ed è, purtroppo, trasversale, in quanto l’odio è definito da opposte tifoserie, come provavo a spiegare altrove. Una certa politica punta a rendere familiare l’odio, a renderlo quotidiano, identificabile così che possiamo esserne rassicurati. Quando un fenomeno sociale, diffuso, si trasforma in prevedibile, diventa persino rassicurante.
Allo stesso modo l’NSU voleva evidenziare che i destinatari delle azioni criminali erano i turchi, i greci, gli egiziani. L’obiettivo era rendere familiare la violenza contro gli stranieri. Renderla parte della vita quotidiana facendo leva sulla paura di subire le conseguenze dalle relazioni con lo straniero.
Mi ritrovavo a parlare con amici del clima di razzismo che si respira in Italia. Nei social, certamente, ma oggi non meno velatamente anche nella vita reale. 
Sono rimasto colpito dall’affermazione di uno di questi, persona non certo sprovveduta, che ha esordito: “sono contrario a questo clima di violenza, che mi ripugna, ma appena provo a dirlo mi riempiono di insulti oppure sommergono di divagazioni”.  
Complice l’analfabetismo funzionale di cui la società è pregna, siamo giunti oltre l’odio calcolato, siamo all’odio ossessivo compulsivo. L’uno e l’altro esecrabili, ma quando è la cecità del male a prevalere significa che quell’odio è diventato rassicurante a prescindere dalle sue reali motivazioni. L’odio per l’odio.
Eppure, come in Germania e prima che a dirlo sia un tribunale, abbiamo il dovere di restituire l’odio alla sua vera natura: disumana e non familiare. 
È responsabilità della politica, dell’informazione, delle scuole recuperare il colpevole ritardo di tolleranza nei confronti dell’odio che, innescato, non sappiamo dove può portare.
È responsabilità della nostra coscienza civica renderci conto che «homo homini lupus» ci rende oggi lupi e immediatamente dopo prede. Non siamo vaccinati contro lo squadrismo ed abbiamo necessità di una terapia d’urto prima che ci consumi collettivamente oltre che individualmente. 
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Trapanese, figlio di operai, innamorato della scoperta. Il Sud per me non è una coordinata geografica, ma la prospettiva da cui guardo il mondo. Sono laureato in Scienze della Comunicazione, ed ho conseguito un Master in DiakonieManagement presso la prestigiosa Università di Wuppertal/Bethel (Germania). Da oltre dieci anni dirigo il Servizio Cristiano di Riesi, importante struttura sociale ed educativa della Chiesa Valdese in Sicilia, con diverse attività: due scuole, un centro diagnostico-riabilitativo, partnership internazionali, un museo, un centro di bioagricoltura, il tutto all’interno di uno dei più importanti patrimoni artistico-culturali moderni in Sicilia. Compagno di mille avventure di tre gatti, Houdinì, Fridolin e Sbriciola. Amo la musica e suono alcuni strumenti musicali. Oltre l’italiano parlo il tedesco e lo spagnolo. Giornalista pubblicista ho lavorato presso la storica emittente televisiva Telescirocco occupandomi di politica, economia, cultura e cronaca. Scrivo, di quando in quando, per il mio blog su Facebook e su altre testate locali e nazionali; ho amato follemente il giornalismo, quando si poteva fare sul serio.

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