‘L’ Art de la joie est la joie de l’Art’: Goliarda Sapienza, la principessa eretica

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E in un’alba di nebbia appena sfumata dal rosso della calura nacqui partorita da me stessa come se la grande onda del dolore carnale, passando sul mio capo e ricadendo dietro, lontana alle mie spalle, si fosse portata via tutte le pene, le amarezze, i progetti di gioia ormai naufragati..”. E’ Goliarda Sapienza che guarda indietro scrivendo ‘L’arte della gioia’, sullo sfondo la sua città, Catania, era il 10 maggio 1924.

Scrittrice straordinaria che non ha goduto del successo della sua opera scoperta tardi, il suo è stato un libro con una storia come tante dell’editoria italiana, sottovalutato a lungo e senza un giustificato motivo che ne ha ritardato la diffusione e il piacere della lettura. Tant’è, è un libro postumo: giaceva da vent’anni abbandonato in un cassetto e, dopo essere stato rifiutato dai principali editori italiani, venne stampato in pochi esemplari da Stampa Alternativa nel 1998. Ma soltanto quando usci all’estero – in Francia, Germania e Spagna – ricevette il giusto riconoscimento: “forse un altro Gattopardo“: con queste parole la stampa estera accolse la pubblicazione del libro in Francia, facendone un vero caso editoriale. In quasi ogni recensione, per inciso, veniva provocatoriamente sottolineata l’incapacità dell’Italia di riconoscere e valorizzare i capolavori che ha in casa.

Protagonista del romanzo è Modesta (in gran parte riflesso di Goliarda, ma mai esattamente), nata nel 1900 in un angolo della Sicilia, nel catanese. Di origini poverissime, bambina violentata dal padre e privata dell’affetto materno, entrerà a far parte di una famiglia aristocratica e arriverà ad amministrarne il patrimonio, ad occuparsi – lei donna dei primi anni del ‘900 – di affari e calcoli. Ma diventerà anche colta, lettrice onnivora, appassionata di filosofia e di poesia; e sarà indirettamente quanto consapevolmente coinvolta in una lotta politica che la condurrà all’esperienza del carcere. Nella sua storia pubblico e privato, corpo e intelletto, generosità e calcolo si mescolano in un fuoco alimentato dall’esercizio di quell’arte della gioia che dà il titolo al romanzo: una sorta di eccitazione vitale che si fa, appunto, esercizio, pratica quotidiana di sapienza.

Modesta è una donna i cui sentimenti e le cui passioni (erotiche, culturali, politiche) non sono scindibili dalla coraggiosa e determinata lucidità intellettuale con cui affronta il mondo. E’ un personaggio scabroso non solo e non tanto sul piano erotico (vengono narrate, per esempio, la scoperta precoce dell’autoerotismo e le esperienze omosessuali) quanto, soprattutto, su quello intellettuale. La sua vita attraversa quasi per intero il secolo scorso quindi le due guerre mondiali, il fascismo e l’antifascismo, l’Italia repubblicana, anni che vengono vissuti da Modesta in tutta la loro cruda realtà in un’isola, la Sicilia, dalla quale solo molto tardi imparerà a separarsi. Donna dotata di un’intelligenza viva e critica, racconta il Novecento da un punto di vista eccentrico perché isolano, eccentrico in quanto femminile che verso il 1950 le fa dire con piglio profetico al figlio Prando: ‘E va bene Prando, te l’ho detto e te lo ripeto: io voglio essere indipendente dagli uomini come Lucio. E state attenti perché di questo passo quando le donne si accorgeranno di come voi uomini di sinistra sorridete con sufficienza paternalistica ai loro discorsi, quando la tua Amalia si accorgerà di non essere ascoltata e di fare due lavori sfinendosi davanti ai fornelli e in laboratorio – perché non mi parli mai del lavoro di Amalia, eh? Perché devo sentire solo quanto è dolce, carina o gelosa? – quando si accorgeranno la loro vendetta sarà tremenda, Prando‘.

E’ la storia di un’anima (e di un corpo, del tutto inscindibili) che ha la coscienza e la volontà di essere assolutamente se stessa, costi quel che costi: solitudine e amarezza, incomprensione e violenza. Modesta non fa che costruire, pezzo per pezzo, errore dopo errore, la propria persona. Senza tralasciare nulla, s’intende, ma anzi provando sulla sua stessa pelle le mille possibili varianti che la vita ci sottopone ogni giorno, indifferente alle mode dei tempi, al giudizio della gente, alle regole codificate da altri, alle consuetudini sociali, sessuali e religiose. Ne esce il ritratto di una donna capace di leggersi dentro fino al fondo e con la stessa gioia impietosa abbracciare gli altri, di conversare con la morte e le tradizioni e liberare le forze inespresse del femminile, di ballare da sola e accettare la sua parte, coraggiosa e responsabile. Il canto che si leva impetuoso è dedicato alla diversità del femminile, ma senza nessuna alterigia, come un semplice dato di fatto. E’ infatti un inno alla gioia più semplice che ci sia, quella data dalla serena accettazione della propria esistenza e con questa quella di tutti, cose e persone; è un romanzo che nasce e prende corpo dall’urgenza di comunicare anche a costo di ridondanze e ruvidezze stilistiche ciò che, inevitabilmente, non si può dire che per strappi, affastellamenti e ripetizioni ma con l’impeto e l’incisività che ha certe volte la pura materia.

E’ un’opera che trasuda “sicilianità”, e quel “ci tramortiamo insieme” va colto in tale contesto: Eros va inteso come una componente e una forza vitale presente in ognuno di noi che va valorizzata, recuperata e non repressa. Mi ha colpito molto quella domanda ricorrente che Modesta rivolge a se stessa ogni volta che per la prima volta e senza averlo potuto immaginare in anticipo scopre una nuova modalità di espressione dell’amore: ‘E come potevo saperlo io se lui non me lo diceva?’ dove ‘lui’ sta ora per Carmine, ora per Mattia, ora per la vita. Alla fine Goliarda fa formulare questa stessa domanda proprio all’ennesimo amore inaspettato di Modesta quasi a conferma della universalità di questo tipo di stupore: “Poi le carezze si fecero così fonde che come faceva? Lo guardai. Mi aveva aperto le gambe e il suo viso affondava fra le mie cosce; mi accarezzava con la lingua. Certo che non potevo capire se non lo guardavo: quello io non lo potevo fare da sola. Questo pensiero mi diede un brivido così profondo che i gridi di Tina si tacquero e fui io a urlare forte”. Cosa si intende per gioia, dunque? Orgasmo. Ma non è solo godimento sessuale, è intensità di azione, piacere di conoscenza, volontà di potenza, anarchia di essenza, moralità (o amoralità) che si erge oltre confini e modelli. Modesta è una donna complessa, femminile e maschile, sincera e prudente, passionale e calcolatrice, in una continua altalena di orgasmi intesi come una piccola morte da cui rinascere, fra il sangue del dolore e il vagito di ribellione. Nel corso delle vicende, infatti, la protagonista, vitale all’estremo, cade talvolta in sonni che si protraggono un paio di giorni: chiara capacità di morire al mondo per tornarvi pervasi da nuova linfa. E saper guardare con altri occhi: ‘Stai nella vasca come se fossi in mezzo al mare, Mody! -Fuori piove, Beatrice. E’ inverno, ma a me basta chiudere gli occhi e ricordare… E’ che ho paura di dimenticare come si nuota. Che dici, quando verrà l’estate saprò ancora nuotare? -Quando s’è imparato a nuotare, Mody, non si dimentica più. -Quando s’è impara la gioia della rivoluzione, vuoi dire. -Deve proprio aver paura Beatrice di quella parola se il viso le si fa piccolo e pallido, così pallido da sparire fra il vapore dell’acqua calda verso il soffitto. E’ andata via? Non temere Beatrice, anche la parola rivoluzione mente o invecchia. Bisognerebbe trovarne un’altra. Se Carlo fosse vivo, la troverebbe. Era così bravo, un pozzo di parole nuove..

Del resto, se è vero, e lo è, che Modesta non è l’alter ego di Goliarda, ma una osmosi di figure femminili, e se è vero che Goliarda è nell’osmosi di tutte le voci del romanzo, non si può comprendere appieno L’arte della gioia senza conoscere la biografia intensa di una donna che della vita ha fatto scrittura. E’ un romanzo sfrontato, profondo, vitale, pulsante, è verità con la quale Goliarda Sapienza intendeva colpire e scuotere dal torpore la stagnante, autoreferenziale e autocompiaciuta società letteraria e intellettuale italiana di allora. Modesta è una vera e propria “macchina desiderante” (locuzione dell’Antiedipo di Deleuze e Guattari) in corsa per il mondo, che la ostacola, ma non la vince, e dal quale spreme ogni possibilità di piacere, senza sottrarsi al dolore e alla perdita. L’arte della gioia è un inno, ingenuo e grossolano, tenero e impunito, al piacere, alla libertà, all’autocoscienza e all’autodeterminazione.

Durante un dialogo tra uno dei suoi amanti e Modesta si legge: “ (..) Tu sei ancora innamorata di quell’uomo! -Non di quell’uomo, Carlo, ma dell’accordo fisico che c’era tra di noi quando facevamo all’amore. -Diventi volgare, Modesta. -Per te tutto quello che è vero è volgare”. Ecco, quest’ultima affermazione che Goliarda fa asserire a Modesta è forse la chiave per la comprensione di tutto il suo corpus d’opera: la Verità provoca sempre una non accettazione, piuttosto un’accusa di volgarità che chiude con sufficienza l’argomento. Ma Goliarda, in nomen omen sarebbe il caso di dire, ha scritto una storia che è una vittoria continua sulla paura e sull’incertezza; ogni nuovo personaggio che appare è una marca di territorio annessa alla scrittura – e alla pienezza di vita interiore. E’ un romanzo incestuoso (e lo è senza scandalo) più nella costruzione della trama dei personaggi che nelle vicende raccontate. Questo impulso risponde al bisogno di rivivere, correggere la propria vita capovolgendola, cioè partorendo i propri genitori per mezzo della scrittura, diventando gli arbitri del loro destino – e per via genealogico-narrativa, del proprio.

Nell’ultima pagina, una Modesta sessantenne ammette che “no, non si può comunicare a nessuno questa gioia piena dell’eccitazione vitale di sfidare il tempo in due, d’essere compagni nel dilatarlo, vivendolo il più intensamente possibile prima che scatti l’ora dell’ultima avventura”. D’altra parte, “picciriddi e animali semu”, nient’altro che bambini e animali, allo stesso tempo, libertà e istinto: “Bisognava essere liberi, approfittare di ogni attimo, sperimentare ogni passo di quella passeggiata che chiamiamo vita. Liberi di osservare, di studiare, di guardare dalla finestra, di spiare fra quel bosco di palazzi ogni luce che dal mare si insinua fra le imposte” (…) Noi dall’isola abbiamo donne guerriere nella memoria, donne che con la spada fanno carneficina di chi le offende. Sono forse sante? Niente Sante! Paladine valenti e senza paura, all’altezza d’Orlando nel roteare la durlindana”.

Ora solo una pace profonda invade il suo corpo maturo a ogni emozione della pelle, delle vene, delle giunture. Corpo padrone di se stesso, reso sapiente dall’intelligenza della carne. Intelligenza profonda della materia, del tatto, dello sguardo, del palato. Riversa sullo scoglio, Modesta osserva come i suoi sensi maturati possano contenere, senza fragili paure d’infanzia tutto l’azzurro, il vento, la distanza. Stupita, scopre il significato dell’arte che il suo corpo si è conquistato in quel lungo, breve tragitto dei suoi cinquant’anni. E’ come una seconda giovinezza con in più la coscienza precisa di essere giovani, la coscienza del come godere, toccare, guardare. Cinquant’anni, età d’oro di scoperte, cinquant’anni, età felice ingiustamente calunniata dall’anagrafe e dai poeti. Come ridire quel pomeriggio d’estate sdraiata sullo scoglio, sfiorata dalle ultime carezze del sole che cala? Come ridire la gioia di quella scoperta? Come raccontarla ad altri? Come comunicare la felicità di ogni atto semplice, di ogni passo, di ogni incontro nuovo di visi libri tramonti e albe e pomeriggi domenicali sulle spiagge assolate? Fermarsi qui, in questa gioia piena dei sensi e della mente, e così fermare per sempre in me, in voi, i dieci anni più belli della vita, quelli dai cinquanta ai sessanta anni”.

In Germania l’Arte della gioia venne inizialmente presentato come un Politroman, un romanzo che solleva svariate questioni politiche senza essere per questo un romanzo politico. L’ideologia che conta davvero in questo libro e che scavalca la sua intenzione pedagogica, è un’ideologia del comportamento anarchico: la troviamo sepolta sotto i dialoghi, sotto i ragionamenti e le argomentazioni di questi personaggi che così volentieri straparlano, che spiegano ogni loro intenzione, che ci commentano la loro vita gesto su gesto. L’ideologia del romanzo è, più correttamente, un’etica: è un’energia, schierata a difesa della propria libertà fisica e mentale, che soffia sul libro all’impazzata e lo proietta in avanti. Goliarda Sapienza fa parte di una infinitesima minoranza di italiani che avevano riposto speranze nel Pci e nel Psi non solo in quanto partiti di sinistra ma in quanto soggetti politici disposti a promuovere l’ideale di una giusta anarchia: “A che punto della storia ti sei fermata, Goliarda? Sei ingenua e commovente. A volte quando parliamo ho come l’impressione di aprire un antico cassetto e risentire l’odore di spigo. Non c’è spazio oggi per questo” dice Marcella, una compagna di prigione a Rebibbia. Ha ovviamente ragione lei, ma le illusioni politiche di Sapienza sono un elemento decisivo della sua integrità linguistica. Negli anni delle lotte femministe si diceva “il personale è politico”, e viceversa: la protagonista di questo romanzo incarna pienamente questo slogan, in anticipo sui tempi, senza retorica e senza sentimentalismi.

Che l’arte della gioia sia più notevole come libro di libertà che come libro di liberazione vale anche per il sesso. Nel romanzo, Modesta è unico fuoco geometrico dell’eros. La mappa dei legami amorosi e affettivi si dirama interamente da lei. Proprio come succede per la politica, il sesso funziona meglio senza ideologia né degustazione verbale, soltanto allora risulta veramente anarchico. “Dopo avermi fissato si rilascia cadere su di me, pesante e lieve cardine sicuro dell’equilibrio del mio corpo”. Semplice e chiara, ecco la legge fisica del sesso in questo libro, che ne governa la statica e la dinamica; le metafore si basano sempre sulla natura o sul corpo. Anzi, è proprio il corpo che detta legge: Modesta non fa che obbedire alla sua volontà. Ancora una volta niente ideologia. Tutta l’ultima parte del libro è una grande festa campestre, ed è questo che conta, che sia semplicemente emanazione di calore.

Scrive Domenico Scarpa nella postfazione: ‘In tutti gli esseri viventi c’è coerenza e quindi bellezza’ (che cos’è la bellezza se non coerenza?, sosteneva Sapienza), sottolineando che un libro lo si può correggere, lo si può riscrivere. Ma una capacità polmonare non s’inventa. Il respiro, uno scrittore o ce l’ha o niente. L’Art de la joie est la joie de l’art, scriveva Andrè Clavel nel suo articolo, “Meglio del Prozac, Goliarda Sapienza”. E Catherine David: “L’arte della gioia, scritto da una donna il cui nome sconosciuto si fa ricordare per la sua strana bellezza, è un own, in francese un Ufo, oggetto volante non identificato. Raccontare, rivolgersi a persone amiche presenti e ai lettori sconosciuti e assenti è una liberazione, ‘gioia di liberazione‘, scrive Goliarda e a questo punto la parola decisiva è stata detta, finalmente. La gioia non è altro che il diritto di morire dopo aver vissuto.

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