Palermo città aperta, capitale delle culture e dell’accoglienza

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In occasione di Manifesta, Palermo rilancia un’idea di territorio radicalmente alternativa: non solo apre le porte dei suoi palazzi all’arte contemporanea, ma anche – è il caso di Casa Santa Chiara – ai giovani migranti.

“Se qualcuno mi chiede quanti migranti ci sono a Palermo, rispondo che non ci sono migranti perché chi arriva a Palermo è palermitano”. Con queste parole, il sindaco Leoluca Orlando ha inaugurato la mostra “Il Giardino Planetario. Coltivare la Coesistenza”, 12ma edizione di Manifesta. Nell’attuale scenario politico italiano e globale queste parole, così come il tema della mostra, riportano Palermo non solo al centro del Mediterraneo, ma in una posizione di avamposto: di resistenza e rilancio di una proposta politica, e di un’idea di territorio diversa. Una proposta radicata nella cultura dell’accoglienza, come quelle dei palazzi del centro storico, straordinari anche nel loro stato di rovina o di cantieri in corso di restauro, perfetti incubatori di opere che raccontano esistenze fragili, storie di fuga, di frontiere, di naufragi, di approdi, di perdite e di rinascite. O come Casa Santa Chiara, residenza per giovani migranti, inaugurata a fine maggio nel quartiere Ballarò Albergheria, frutto della collaborazione d’istituzioni, associazioni e aziende del privato sociale coordinate dal CIAI (Centro Italiano Aiuti all’Infanzia). La casa ospita otto giovani che, arrivati a Palermo da minori soli, compiuti 18 anni, sono usciti dal circuito dell’accoglienza istituzionale. Casa Santa Chiara offre loro una coabitazione innovativa: oltre a completare i loro percorsi di formazione e inserimento professionale, da settembre gestiranno infatti una foresteria per turisti, realizzata all’interno dello stesso complesso in un’ala abbandonata dell’ex monastero di Santa Chiara.

Dalla fine degli anni Ottanta, molti immigrati hanno trovato lavoro e ospitalità nel centro storico abbandonato dai palermitani, in uno strano mix di palazzi ancora abitati da eredi di famiglie nobiliari ed edifici malandati ma parte di un tessuto urbano vitale grazie ai mercati, alle botteghe artigianali e alle grandi chiese. Il luogo è già in sé da molti anni uno dei centri della Palermo multietnica: qui il 60% della popolazione viene da lontano, da Bangladesh, Sri Lanka, Costa d’Avorio, Nigeria, Maghreb. Qui un folto gruppo di volontari laici gestisce un dopo scuola per tutto il quartiere. Qui è nato un laboratorio di sartoria e riciclo, “Filo da torcere”, spazio d’incontro e produzione per le donne. Nel portone di fronte, è nato il ristorante “siculo-etnico” Moltivolti, un luogo per assaporare culture diverse.

È questo il modello di città che l’amministrazione sta sperimentando attraverso una serie di azioni concrete e simboliche come l’istituzione nel 2013 della Consulta delle Culture, un organo rappresentativo di tutti coloro che hanno una nazionalità diversa da quella italiana, consultivo e propositivo per le scelte di governo dell’amministrazione. Ancora dal 2013, a partire dal protocollo d’intesa siglato con l’Unicef che inserisce Palermo nel progetto “Città amica dei bambini e delle bambine”, il sindaco ha dato la cittadinanza onoraria a oltre 2.700 stranieri, tra cui moltissimi bambini. Un gesto di valore culturale e politico: un richiamo alla politica nazionale perché riconosca a chi nasce in Italia il diritto di essere cittadino italiano.

Nessuno ha scelto il luogo in cui nascere, ma tutti dobbiamo aver diritto di scegliere il luogo in cui vivere, per questo nel marzo 2015 la giunta comunale ha approvato un documento-guida, sottoscritto da giuristi, intellettuali e rappresentanti delle istituzioni e dell’associazionismo: la Carta di Palermo. La Carta, inserendosi nel dibattito politico animato in questi anni dalle Carte Urbane Europee, chiede all’Europa di promuovere l’abolizione del permesso di soggiorno, sollecitando la comunità mondiale al riconoscimento della mobilità di tutti gli esseri umani come un diritto.

L’accoglienza si rivela per altro l’arma migliore per generare sicurezza: da Lampedusa a Palermo il turismo sta vivendo una stagione straordinaria, i turisti si sentono al sicuro, aprire le porte genera sicurezza.

La premessa concettuale di “Il Giardino Planetario” – titolo preso in prestito dal botanico, paesaggista e pensatore Gilles Clément – sta nel Palermo Atlas: una piattaforma di osservazione messa a punto da OMA (Office for Metropolitan Architecture) di Ippolito Pestellini Laparelli (ed. Humboldt, design Mousse), che ha analizzato la città e l’ha interpretata come nodo cruciale di una geografia espansa di flussi, persone, dati, merci, germi e specie che dal Mediterraneo si espande al mondo intero. Le opere si articolano intorno a tre sezioni: “Garden of Flows” che esplora il concetto di tossicità, la vita delle piante e la botanica in relazione alle risorse del pianeta e al bene comune globale; “Out of Control Room” che riguarda le reti invisibili nel regime dei flussi digitali; “City on Stage” che parte dal carattere interculturale e stratificato di Palermo nel passato e nel presente.

La mostra occupa sedi non istituzionali, molte delle quali inaccessibili da lungo tempo per i palermitani stessi. La maggior parte è nella Kalsa: un’area vitale e in piena ridefinizione, malgrado le contraddizioni tutt’ora presenti: con le tensioni sociali evidenti, la memoria di Paolo Borsellino che lì era cresciuto, e i segni dei bombardamenti del 1943 ancora visibili. Tra le principali c’è Palazzo Forcella De Seta, l’edificio fortificato in cui sono raccolte opere incentrate sui temi della crisi dei rifugiati, del diritto o meno alla mobilità delle persone e della militarizzazione del mondo intero e in particolare del Mediterraneo, divenuto ormai uno spazio controllato, e di controllo. Tra video e video-installazioni, artisti come Patricia Kaersenhout, Erkan Özgen, Laura Poitras riescono a catturare l’attenzione con opere che veicolano storie e significati. Kader Attia intervista discendenti degli schiavi per parlare del rapporto tra individuo, corpo sociale, istanze post-coloniali. John Gerrard propone video e installazioni legati ai temi della migrazione e dell’identità nell’epoca dei big data. Forensic Oceanography analizza, in video e grafici, la strategia di controllo e di chiusura del mare e le drammatiche conseguenze degli ostacoli posti al soccorso dei migranti. Nulla di più attuale.

Anche le opere presentate a Palazzo Butera sono suggestive. Maria Thereza Alves presenta un pannello di piastrelle in ceramica con un motivo ornamentale di fiori, frutti e uccelli che esprime il sincretismo della Sicilia; ma allude anche alle forme di appropriazione violente che caratterizzano le relazioni culturali. Uriel Orlow, con Wishing Trees, si riferisce ad alcuni alberi legati a momenti storici italiani: veri e propri monumenti viventi alla memoria del paese. Ne intreccia l’evocazione con figure come quella di San Benedetto, patrono di Palermo, figlio di schiavi africani e umile cuoco in un monastero; e con altre, di giovani migranti africani di oggi, cuochi anch’essi nelle cucine di Palermo. Renato Leotta crea un’opera più rarefatta, in cui mette in relazione una porzione di giardino di agrumi con lo spazio interno di una sala di Palazzo Butera: un pavimento di argilla cruda ha registrato, sotto forma di piccoli solchi, la caduta dei limoni maturi dagli alberi. Contestualmente un film in 16 mm descrive, come una raccolta di appunti, i tratti del paesaggio agricolo, mostra le opere ognuna delle quali trova il proprio senso e il proprio spazio. È senz’altro centrale, infine, la sezione dell’Orto Botanico. Qui la questione è che in questo mondo, evidentemente non omogeneo, né univoco, non si tratta più di come unificare, ma di come coesistere nella diversità.

La città è anche stata percorsa trasversalmente da performance, come la lunga Palermo Processione di Marinella Senatore; con vie e piazze interpretate come teatri e un’energia pulsante dovuta al coinvolgimento di un grande numero di persone: bambini, danzatori musicisti, cantanti di ogni sorta e di ogni livello; e attori, che hanno letto brani di Pasolini; e partigiani, con cui l’evento si è chiuso. Pur con tante premesse positive è ancora da capire fino a che punto i palermitani si riconosceranno nella manifestazione; mentre è certo che molti artisti hanno guardato con attenzione alla città, impegnandosi, in molti casi, a interagire con i suoi abitanti.

“Manifesta 12 (…) Ci può ricordare, per esempio, che occupare lo spazio pubblico, stare insieme dando il meglio di sé, camminare, ballare, cantare fianco a fianco, aderendo al terreno e sfiorando gli altri, è già di per sé un’asserzione potente”.

Manifesta 12, Date di apertura: 16 giugno – 4 novembre 2018, Sedi: Varie sedi, Palermo

foto di: Ornella Mazzola, Domus

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