“Ma è vero o è bello?” Sul rapporto tra giornalismo e letteratura

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Un saggio di Walter Siti, pubblicato su una nuova rivista (cartacea) “L’età del ferro” in uscita questo mese di luglio per Castelvecchi Editore, ci racconta la storia emblematica dell’afro-americana Janet Cooke, giovane di belle speranze nel 1980, che sentì parlare di un ragazzino, Jimmy, dipendente dall’eroina a otto anni; colpita, ne accennò alla redazione del «Washington Post» dove lavorava, e il capo entusiasta le ordinò di farci sopra un articolo. Un’occasione ottima per mettersi in luce e fare carriera, ma per quanto setacciasse i quartieri degradati della città non riuscì a trovare il ragazzino; quando il capo le confermò che poteva tenere segrete le sue fonti, decise di inventarsi il caso – scrisse un pezzo intitolato “Jimmy’s World”, tanto efficace che nel 1981 le fu assegnato il premio Pulitzer per il giornalismo. Senonché nacquero dubbi, ci furono una denuncia e un’inchiesta, si scoprì che la Cooke aveva anche mentito sul proprio curriculum al momento dell’assunzione, alla fine la poveretta ammise che il suo Jimmy era un bambino immaginario. Restituì il Pulitzer, perse il posto al giornale, l’episodio ebbe grande risonanza e fu definito “il Vietnam del giornalismo”; García Márquez, nel leggere la notizia, commentò scherzosamente che certo era ingiusto che Janet avesse vinto il Pulitzer per il giornalismo, ma sarebbe stato giusto che le fosse attribuito il Nobel per la letteratura.

Il caso è riportato da Siti per riprendere un tema attuale circa la “verità” in letteratura: problema secolare fissato in Occidente dalla distinzione aristotelica tra “storico” e “poeta”: lo storico racconta ciò che è accaduto, il poeta racconta ciò che potrebbe accadere. Il nostro Manzoni, nel suo bel saggio sul romanzo storico, resta su questo binario parlando di “vero positivo” e “vero poetico”. Nel Settecento, il secolo del giornalismo, alla storia si sostituisce la cronaca; Charles Gildon accusa Robinson Crusoe di essere una fake news, elencando le incongruenze che lo rendono poco attendibile come vero diario di un naufrago, e via di questo passo.

Il romanzo moderno nasce insieme al trionfo delle “notizie”: da allora sono stati e sono moltissimi gli scrittori che hanno esordito come giornalisti: da Defoe a Swift, da Prévost a Marivaux, per non parlare di Balzac e Dickens; Zola collaborava coi giornali molto prima dell’affare Dreyfus; e nel Novecento c’è Hemingway, naturalmente, ma ci sono anche Orwell e Camus, e Malraux e Dos Passos e infiniti altri (da noi, si va dalla Serao e Di Giacomo fino a Buzzati e Parise). Le interazioni benefiche sono state (e sono) certe e innegabili: la letteratura impara dal giornalismo la velocità e la sobrietà del ritmo e del lessico, oltre che il gusto della documentazione; il giornalismo impara dalla letteratura a strutturare il racconto, a non accontentarsi della prima frase che capita, a delineare i personaggi. Altrettanto ovvio è, da sempre, il malanimo reciproco: il giornalismo accusa la letteratura di vacuità, di retorica paludata, mentre la letteratura accusa i giornalisti di essere degli scrittori mancati, o peggio dei lestofanti e arrampicatori che usano la cronaca come una clava a scopo di lusinga e ricatto.

In margine a un tema così imponente, Siti azzarda qualche riflessione sullo stato attuale dei rapporti, nell’orizzonte dei mutamenti registrati in entrambi i campi con l’affermazione del giornalismo online e con la “romanzizzazione” di ogni ambito d’esperienza culturale (l’alluvione pervasiva dello storytelling, concepito ormai come parte integrante della realtà e quindi sganciato in teoria dalla narrativa in senso letterario, ma ad essa di fatto associato sotto il comun denominatore del “raccontare storie”). Nei sottopancia dei talk televisivi, ormai, la qualifica di “giornalista e scrittore” non si nega a nessuno. Fin dagli anni Sessanta del secolo scorso il new journalism da un lato e il non-fiction dall’altro avevano avvicinato i lembi delle due sponde opposte; la “microstoria” aveva sgretolato il discrimine (a cui ancora si appoggiava il vecchio Manzoni) tra “carta geografica” propria dello storico e “carta topografica” adatta al romanziere. Insomma, tutto congiurava negli anni Zero di questo secolo perché la barriera saltasse definitivamente. Il romanzo si aggrappa ai fatti veri per riscattare l’inoffensività che ormai si è incollata al genere, mentre i giornalisti liberati dai complessi d’inferiorità si sentono quasi in dovere di “lanciarsi” nel romanzo. Se ciò che importa è “raccontare una storia interessante nel miglior modo possibile”, perché non relegare nel ripostiglio del robivecchi (o negli anfratti burocratici del sindacato e della Siae) una distinzione diventata ormai obsoleta? La tesi che Siti propone è invece che la distinzione sia più che mai utile oggi; la confusione imperante rischia di danneggiare e impoverire sia il giornalismo che la letteratura, a causa di una mancanza di riflessione teorica. A forza di trascurarla, la teoria della letteratura ci ripiomba addosso come caos.

Se ci trasferiamo nella redazione di un quotidiano online, partecipiamo a una di quelle news room a cui sono presenti tutte le componenti del giornale, comprese quelle che si occupano degli aspetti economici, e dove si discutono i trending topics, cioè gli argomenti che assicurano al sito il massimo di visualizzazioni; molti contenuti, e non dei meno cliccati, non sono scritti da redattori incardinati da un contratto ma sono user generated contents, cioè prodotti da giornalisti improvvisati e freelance. Mettiamo che uno di questi “giornalisti” sia uno studente, e che a scuola uno dei suoi professori abbia un attacco di cuore e si accasci al suolo mentre spiega alla lavagna; nella news room arriva, in tempo reale, il video del professore che si preme il petto e fatica a respirare – questo video certo avrà molte più visualizzazioni (e dunque produrrà molti più introiti pubblicitari) del semplice video di qualcuno che soccorre il professore e chiama un’ambulanza; in redazione si sarà tentati di indurre lo studente a prolungare il video invece di lasciare subito il telefonino per soccorrere il professore. Già è accaduto che il «National Geographic» sia stato accusato di attardarsi a filmare un orso bianco moribondo per fame invece che affrettarsi a sfamare l’orso – la difesa è stata che si preferiva il potenziale collettivo (cioè una vasta presa di coscienza dei mutamenti climatici) al concreto singolo; la comunicazione prevale sul fatto, il possibile diventa più importante di ciò che ci accade sotto gli occhi.

Spesso nella news room arrivano notizie dall’attendibilità sospetta, ma molto attrattive; sui social, si sa, funziona il meccanismo delle echo chambers – si creano cioè delle casse di risonanza in cui chi vede o legge preferisce le notizie che lo rafforzano in ciò che crede già di sapere. Così una fake news ha tante più possibilità di diffondersi quanto più va incontro alle aspettative di un certo ambiente; stando così le cose, la redazione avrà un vantaggio economico nel lasciar parcheggiata sul sito la notizia sospetta ma gradita agli orientamenti del suo pubblico (il feedback si può controllare minuto per minuto), salvo poi smentirla con tutto comodo. E in ogni caso, una menzogna che diventi virale si trasforma essa stessa in un fatto; se sparo lo scoop che Mariastella Gelmini aspetta un figlio da un migrante clandestino, sarà satira o fake news? Insomma ci si barcamena e intanto i fatti si polverizzano, si consumano vorticosamente e tutto si riduce a comunicazione. Le parole sono rafforzate da immagini che spesso provengono dall’aver illustrato altri fatti, i testi multimediali non hanno un autore ma molti, ogni articolo può essere aggiornato da chiunque senza fare il refresh, cioè senza doverlo riscrivere per intero; in quella redazione si è perso completamente il senso dell’unità e della coerenza (per non dire della verità) di qualunque testo, l’unico aspetto apprezzato è l’efficacia.

Una redazione del genere assomiglia terribilmente a quei luoghi delle case editrici letterarie in cui si “cucinano” i romanzi, soprattutto dei giovani alle prime armi: stessa attenzione ai trending topics e all’esito commerciale, stessa indifferenza all’unità indivisibile dello stile, stessi affanno e confusione nei rapporti tra vero e verosimile. Ambienti analoghi danno analoghi risultati; quando la letteratura si “giornalistizza” perde la fiducia in se stessa e nella propria autonomia, ha l’impressione di dover essere integrata da altro, si vuole interattiva ed efficace subito, minuto per minuto.

Non si tratta, ovviamente, di negare valore letterario a testi che si appoggiano sul nudo e verificabile tessuto dei fatti, riducendo al minimo l’apporto di invenzione anzi, spesso il valore letterario di molti giornalisti sta più negli articoli che di volta in volta hanno scritto sui giornali (secchi, acuti, coraggiosi o ironici) che nei loro “romanzi d’invenzione”. Come risulta evidente nel caso di Saviano, più romanziere in Gomorra che nel più classicamente “inventato” Bacio feroce.

Forse si può ipotizzare che la verità fattuale (storica o giornalistica) e la verità letteraria funzionino secondo due logiche differenti: la scrittura storica (e giornalistica) usa la logica comune di tutti i giorni, deve verificare quello che dice e correggersi ogni volta che le si fa notare un’imprecisione o un errore di fatto; deve diffidare delle generalizzazioni e usare frasi chiare, il meno ambigue possibile per non essere travisata; deve accusare i colpevoli e difendere gli innocenti, e sentirsi responsabile di un buon funzionamento della vita associata. Per la scrittura letteraria l’ambiguità è fondativa e ineliminabile, il testo letterario è un insieme dove tutto può combinarsi con tutto, ogni parallelismo e suggestione sono leciti; in letteratura i colpevoli sono anche innocenti e gli innocenti anche colpevoli, non c’è particolare che non possa essere generalizzato, diventare metaforico, simbolico, emblematico o mitico. Si confronti, per esempio, la descrizione delle isole Galapagos fatta da Darwin nel Voyage of the Beagle con quella che ne fa Melville nelle Encantadas; o gli articoli impegnati e polemici di Camus contro le disfunzioni del sistema giudiziario algerino con lo Straniero.

Horacio Verbitski, il grande giornalista argentino accusatore del regime di Videla e autore delle più scioccanti rivelazioni sul destino dei desaparecidos, ha dato del giornalismo una definizione radicale: «Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è propaganda». Si potrebbe sostenere, con un po’ di impudenza, che ciò che il giornalismo militante fa contro la repressione, la letteratura lo fa contro la rimozione inconscia («letteratura è esprimere ciò che l’io non vuole che si sappia…») – intendendo per “io”, naturalmente, anche l’io sociale e collettivo. La verità letteraria è la verità del desiderio, cioè non è verità logica né ideologica: è un campo di tensioni in cui ogni asserzione può essere rovesciata, ogni no può valere come un sì, dietro ogni oggetto può apparire la sua derisione, il tempo può ristagnare o cessare di esistere. Tutto questo si ottiene con la Forma, ovverossia con la Bellezza – che non è estetismo ma attacco a qualunque ricerca di una parola (o di una struttura, o di una figura) profonda, plurivalente, muscolare; una lingua che non può ospitare nessun luogo comune, se non sfruttandolo narrativamente. Forse bisogna ragionevolmente concludere con Siti che Vero e Bello né coincidono né si oppongono: stanno su piani logici inconfrontabili, hanno due “statuti” diversi. Il Bello non ha a che fare col Vero, e nemmeno col Bene – la letteratura può dare cittadinanza a Satana, mentre il giornalismo non può permetterselo.

Anche il giornalismo, è ovvio, deve utilizzare una logica emotiva per attuare quella che di solito si chiama la “mozione degli affetti” – ma deve controllare bene questa possibilità retorica, per evitare contraccolpi indesiderati. La suggestione è pericolosa sui giornali: se scrivo che Carminati ha telefonato al compagno di Ornella Muti, avvocato, per chiedergli una consulenza che quello per altro ha rifiutato, devo stare attento che una lettura frettolosa, o il passaggio in un sito distratto, non faccia giungere alla conclusione che la Muti è coinvolta in Mafia Capitale. E devo calibrare le parole trattando di cronaca nera, per non incoraggiare fenomeni imitativi e non creare fake characters, surrogati parodici del mito che durano lo spazio di dieci o venti talk show (Bossetti mostro, Brizzi maiale, Stacchio eroe). Altro che eternità e archetipi, il giornalismo talvolta ha addirittura bisogno dei luoghi comuni linguistici, perché sono il ponte comunicativo più veloce d’intesa coi lettori; ma ai lettori deve dar conto momento per momento, rinnovare i clichés appena quelli vecchi passano di moda; mentre il narratore o il poeta creano personaggi “accompagnati dall’infinito”. Frammenti di giornalismo e frammenti di letteratura possono assomigliarsi, ma la letteratura ha senso solo se la si prende intera. Nel “lettero-giornalismo” o nella “giornal-letteratura” siamo di fronte a una parola senza sicura direzione, che spara nel mucchio per fare rumore; una parola che non ambisce a durare, che slitta sul desiderio di compiacere il pubblico con vicende “troppo belle per essere vere”. «Alla realtà», scrive Thomas Mann nell’illuminante saggetto “Bilse e io”, «piace che le si parli con frasi sciatte»; e il delirio comunicativo dei nuovi social network non sta riducendosi forse a un ininterrotto chiacchiericcio della realtà con se stessa? Gli ibridi e gli incroci sono interessanti, ma il giornalismo deve e può provare l’orgoglio di non usare i meccanismi della letteratura e di agire “iuxta propria principia”, così come la letteratura può e deve fare il possibile per salvare la Forma dalle brodaglie verbali che ci minacciano dal web. Sta prendendo piede una forma di illusione che tende a far passare la frammentazione, la polverizzazione del sapere (e dell’espressione) come espandersi della democrazia. Tutto è, tranne che democrazia.

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