Pane e mare, di Serafina Ignoto

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Se è vero, come ha detto Marina Finettino alla Marina di libri, chiacchierando piacevolmente all’ombra del grande ficus con Serafina Ignoto, che “il racconto è la faccetta del diamante, il romanzo il diamante”, diventa assolutamente vero che il racconto, essendo il dettaglio di un più vasto disegno, è in certa misura più complesso e presuppone un occhio che sappia distinguere una stella marina con un rapido tuffo sul fondale sabbioso mosso dalle onde. La faccetta di diamante, d’altronde, insieme alle altre faccette di diamante che compongono il diamante, sono quelle che al diamante stesso conferiscono quella luminosità brillante che lo connota, e lo rende prezioso: così sono i racconti, sfaccettature della realtà ma anche del sogno, di pensieri e sensazioni che compongono la vita stessa di chi li scrive.

C’è molto di personale in questi racconti di Serafina Ignoto, di una dolcezza estrema e avvolgente: una intensa umanità emanante da racconti nei quali sulle prime è possibile vedere soltanto un mirabile balletto allestito dall’immaginazione per l’intelligenza, poi un affettuoso rapporto con il quotidiano, che sa diventare viscerale, sensuale, fino alla più cruda esposizione della realtà.

Nascono da un luogo, un’isola che emerge dagli scogli, si allunga su una spiaggia mitica del palermitano, Mondello, di fronte al Monte Pellegrino, dove si radunano i ragazzi quando la primavera è matura, tesa, aspra e ariosa, non ancora vacanza ma la scuola che comincia a cancellarsi, gradualmente sovraesposta alla luce, e il pomeriggio dura, mangia la sera, si lancia dritto nel cuore della notte.

Bellissimo il racconto che apre la serie: Nino e l’Isola. I ricordi, la nostalgia, l’affetto per una politica ideologica e lontana come quella che vuole che su quell’isola, pare sia Ustica, Nino, pare sia Gramsci, vive il suo confino straniato ma passionale che occupa lo spazio, forza i confini, si consuma e misura nella sfida, prima fra tutte il gettarsi a capofitto in una relazione passionale e amorevole con una donna alla quale vuole insegnare a leggere e scrivere, e ci riesce, il corpo debordante e disorientato che riconquista un mondo dentro al mondo, la cosa inebriante di cadere come un sasso, ma essere contenuto nel cielo, nel mare, là dove tutto cresce e s’allarga, e lui stesso diventa il mondo. L’uomo che nella foschia della sera isolana guarda i pescherecci rientrare in porto al quale ha prestato i suoi ricordi, già sapeva che la vela di ogni barca al tramonto è un petalo di fiore, e che i petali a fior d’acqua in un mare d’isola portati via in un giorno di temporale sono barche del tutto autentiche. Soglia magnetica al margine del continente, zona di contatto e non frontiera, un fronte dispiegato che la vita attacca da tutti i lati, una linea di fuga planetaria, senza fine: ci sembra di essere in mezzo alla storia, proprio dentro, pensando che infine Nino, un bambino che non conobbe forse mai, viva di lui ancora oggi.

I personaggi di quasi tutti i racconti sembrano usciti dalla pietra, come se avessero preso corpo dal paesaggio che è una frontiera tra due luoghi un po’ antagonisti: dietro la città, luogo della legge e degli uomini, e davanti il mare, luogo delle emozioni, della sensualità. Due spazi che si strusciano l’uno contro l’altro, sempre. Così, a partire da un luogo Serafina ha raccontato un tempo, quello della sua crescita, delle sue scelte. E lo ha fatto con una lingua incastonata a volte in un gergo di strada che ha il sapore di metallo e di salsedine delle spiagge urbane e che riesce a evocare il vivere più forte della giovinezza, trascinando alla rincorsa di un tempo interminabile che, una volta passato, s’è invece concentrato, chiuso in un grumo di sensazioni difficile da distendere.

Una voce che inevitabilmente non riesce a reggere lo spasmo, la tensione poetica che si rinnova e si rilancia a ogni capoverso e che dunque a tratti cede, facendo precipitare l’aereo castello che aveva creato, per ricostruirlo di nuovo, poche pagine dopo, con lo stesso entusiasmo e la stessa potenza. Un libro che si legge d’un fiato per paura di perdere l’inebriante suggestione che sa creare, forse anche per paura di fermarsi e trovarsi sospesi nel nulla: i ricordi, i sogni, le concrezioni fragili e perfette della vita umana appaiono come conchiglie sul limitare di maestosi marosi eterni.

Si tratta in fondo di lunghi monologhi interiori i cui moti si susseguono, si intersecano, con una grande sicurezza di intenzioni: racconti musicali in cui i brevi pensieri dell’infanzia, le rapide riflessioni dei momenti di giovinezza e di fiduciosa fratellanza hanno la stessa funzione degli “allegro” delle sinfonie di Mozart, e gradualmente cedono il posto agli “andante lento” dei racconti sull’esperienza, la solitudine, l’età matura. Per Serafina l’intelligenza è un vetro del tutto trasparente dietro al quale osservare con attenzione scorrere la vita. E mentre Serafina, portando la conversazione sullo stato attuale delle cose del mondo, mi ha fatto partecipe delle sue inquietudini e dei suoi tormenti, gli stessi miei, pensavo tra me e me che nulla è davvero perduto fintanto che ammirevoli artigiani si dedicano con pazienza per la nostra gioia, al loro pane lievitato di pensieri amorosi, senza mai mescolare alle opere il resoconto indiscreto delle loro fatiche, e il segreto dei succhi spesso dolorosi nei quali i suoi cibi sono stati intrisi.

Si, perché Serafina, come me, vive un intenso rapporto con letteratura e fornelli, e fra queste due attività, divide il suo tempo. Lei stessa, infatti ci dice: “Non senza fatica! Che la cucina è cura. E amore. (…) Racconto i racconti che mi raccontano, racconto la mia storia. Scrivo ciò che mi ispira. (…) E’ l’arte dell’attesa: in cucina, come per scrivere un testo, non bisogna avere fretta. Ogni elemento ha un suo tempo specifico di reazione, un suo tempo di ‘riposo’ e uno di ‘lievitazione’. Sui fuochi o dentro l’anima”.

Venti storie crude e reali quelle raccontate da un inevitabile punto di vista femminile, attento e sensibile come quello di Serafina, ma anche indifferentemente maschile, in grado di superare le barriere ideologiche e di offrire una possibilità di speranza scevra da ogni pregiudizio. Sono le grandi scelte che connotano l’esistenza: quella che si desidera cambiare, nella inarrestabile aspirazione verso condizioni degne, o quella che ci si lascia dietro, spesso dopo svolte radicali e definitive. “Così, personaggi reali che hanno fatto la Storia diventano pretesto narrativo per poterne cogliere l’aspetto più fragile e umano”, osserva l’editore. Emerge da protagonista il valore dell’amicizia, in grado di superare le barriere ideologiche che hanno segnato il ’900 e i suoi accadimenti: la seconda guerra mondiale, l’Unione Sovietica e la sua dissoluzione nel crollo del Muro, il ’68, la fine del grande ideale del comunismo sono raccontati da un punto di osservazione che ha la la nostra isola come sfondo. E come terra di destini che si compiono: i viaggi dei migranti in fuga dalle guerre e dalla povertà, e determinati a mettere in salvo l’unico bene posseduto: la vita. È questa, una fame che nutre anche il corpo delle donne, le loro tragedie e le loro gioie: l’aborto e la violenza, ma anche il sesso vissuto con libertà e compiacenza. La fame di vita alimenta l’amore e i dialoghi interiori, si spegne nell’infanzia negata, risorge nella scoperta casuale della grande letteratura, grazie a un nonno, il tutore della famiglia di Serafina, quello che ha contato per gli ideali, per i valori che le ha trasmesso. “Mio nonno era un analfabeta”, ci dice Serafina, “però era un uomo curioso (faceva parte del suo mestiere, era un carrettiere), il suo andare in giro era un misurarsi con l’umanità ogni giorno, era consapevole del valore del saper leggere e scrivere, qualcosa che lui non aveva potuto esperire e nell’umiltà che lo ha contraddistinto amava fermarsi ad ascoltare”. Un nonno che insegna la mirabile arte dell’ascolto è un inno a una umanità che ha bisogno di tutto e niente, che precede tesa l’incedere del tempo, anelando a un confine di campo. Un inno alla libertà che si avvicina straziante e carica di vuoto, di tuffi folli che fanno sentire nulla al decollo e immensi all’arrivo, corpo unico col mare. Una cavalcata vertiginosa sotto la troppa luce, la luce dissacrante di quegli anni esagitati, interrotta solo da una trama di cui forse si poteva fare a meno. Una trama che solo all’apparenza è ciò che sembra, perché infine il lettore di questi racconti finisce irretito in una riflessione più complessa, su ciò che consideriamo reale, sulla possibilità – inesistente – di conoscere il mondo che ci circonda e gli individui con cui interagiamo. E qui si sovrappongono, matericamente, Serafina e il pane fatto con le sue mani, appena sfornato, caldo d’amore e di poesia.

L’autrice: Serafina Ignoto, palermitana, 51 anni, ha frequentato la scuola teatrale del regista e autore palermitano Franco Scaldati e la Scuola di Scrittura di Roberto Agostini di Milano. Alcune fra le sue poesie e racconti sono presenti nelle antologie “Voci Sparse”, “Brevi ma bravi” e “Hot Stuff”, pubblicate in formato e-book. Ha collaborato con il settimanale on line www.ilcarrettinodelleidee.com. Pane e Mare è il primo libro pubblicato da Navarra Editore, per il quale ha curato la rassegna culturale “Casa delle culture”. Attualmente insegna in una scuola primaria del modenese. Vive a Bologna.

 

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