Fuga sul Monte Ercta: Viva Palermo e Santa Rosalia!

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Sono nata alle falde di Monte Pellegrino e per me salire quella vecchia strada fatta di pietre lisce, lucide e smozzicate è come ciabattare per casa da vecchia perpetua: conosco i particolari delle curve, le nuvole che scendono basse e quelle che si nascondono dietro la montagna per poi comparire in volo veloci come aquiloni e sempre diverse.

Quasi tutte le mattine vado a Monte Pellegrino a fare una passeggiata col cane. In salita fin dalla strada a valle, è un percorso che sarebbe faticoso se non fosse sostenuto dalla bellezza del paesaggio che ci attende, una volta attraversata almeno l’intera prima “fuia” (così le chiamava mia nonna, le strade che come fughe s’inerpicano larghe e fitte di pini mediterranei e fichi d’india per arrivare al Santuario).

Salendo lentamente, dopo un pezzo ci fermiamo un po’ stanchi a guardare il paesaggio che più si sale più diventa arioso, bello. Capita d’incontrare gente, persone in gruppo o lupi solitari che salgono, scendono. Ricordo di aver visto un ragazzo che saliva svelto, concentrato, a piedi nudi e occhi a terra, sulle pietre. Uno sguardo alle pietre e uno ai piedi nudi, pensavo. O forse i suoi erano occhi che non vedevano nulla, guardavano dentro di sé, in profondità. Occhi e cuore, sembrava pensare seriamente alla sua promessa, alla grazia ricevuta, a una grazia da chiedere. Non mi ha neanche guardata, non si è accorto che il cane lo stava guardando.

Quelli della prima fuga di Monte Pellegrino sono pavimenti del pensiero a cui rimangono attaccate tutte le figurine delle storie personali, pensavo. Già quando si arriva alla seconda fuga, l’altezza distrae, i fichi d’india serpeggiano allo sguardo e il sole dardeggia tra i pini mediterranei che rilasciano con il calore un benefico ossigeno balsamico. Ricordi di altri piedi nudi, di ginocchia scorticate, di bambini sul collo, di borracce d’acqua, di ceri accesi nella notte, odore di terra bagnata e di aloe a strisce verdi. Ricordi di terremoto e tutti lì, ai piedi del monte ‘dove risuona una voce che il tempo non rapisce, dove odora un profumo che il vento non disperde’. Quei pavimenti contengono i pensieri di tutti i palermitani; se potessero staccarsi, quei pensieri, una folla immensa di immagini avvolgerebbe come una nube la città. Quelle fughe così magnificamente silvestri, lineari e contorte allo stesso tempo, emanano, pensavo, il più autentico umore palermitano: quel sentirsi stranieri a se stessi e considerarlo ineluttabile come un destino, nel cuore dalle radici lontane il più frustrato e incomunicabile desiderio d’indipendenza. “Panormus conca d’oro, divora i suoi e nutre gli stranieri”, c’è scritto ai piedi del Genio di Palermo, proprio come lei, Rosalia, straniera che oggi ci somiglia forse più di ieri. Nella diocesi di Monreale la festa principale è quella di Cristo Re, nata proprio in polemica col carattere pagano della festa palermitana per una santa di cui si ignorava tutto, anche della sua reale esistenza: considerata da sempre invenzione del potere per incantare il popolo di Palermo, effimera come il barocco.

Ricordo la processione religiosa che seguiva il giorno dopo i fuochi del Festino a cui i miei genitori mi portavano da bambina: un carro con la statua d’argento della santa che caracollava davanti a tutti, il Cardinale con i parametri della festa e dietro gli ordini religiosi, le suore, le congregazioni e a seguire la banda musicale e il popolo. C’era qualcosa d’irreale nel contrasto tra la disfatta rumorosità del corteo e il silenzio composto della gente. Anni dopo fu in realtà il sindaco Orlando che, a capo di una giunta di rinnovamento, decise di rilanciare il Festino, cosa che allora considerai una specie di regressione populista che mi costrinse a fare i conti con la barbarie pagana che era per me la festa di Santa Rosalia: com’era possibile che una santa inesistente potesse tornare a cicli ricorrenti nell’immaginario della città fino a produrre fenomeni e passioni collettive incredibilmente attuali? E perché una ragazzina benestante avrebbe dovuto fare l’insostenibile scelta di fuggire dalla sua città per rifugiarsi in una grotta? Mi prese così la voglia di saperne di più, e scoprii che la leggenda della santa era cominciata dalla storia di un cacciatore sull’orlo del suicidio, fermato da una fanciulla apparsagli proprio nei pressi di una grotta, dove giacevano in realtà delle ossa che probabilmente erano i resti di quella Rosalia eremita, ben 500 anni prima: una donna che abbandonò le sue vesti nobiliari per indossare un modesto saio monacale.

Siamo in Sicilia, a Palermo, nel 1654: mentre si spargeva la voce della morte del Vicerè, don Ferdinando istruì e attivò i suoi uomini affinché cominciassero a raccontare, nei vari quartieri, nelle bettole come nelle botteghe, nei bassifondi come nelle case nobili, della mirabolante scoperta fatta da Vincenzo Bonelli sul monte Ercta (questo era il nome antico di Monte Pellegrino). Uscendo dal portoncino della Congrega dei Malnati respirò a pieni polmoni, come liberato da un peso e, per la prima volta dopo tanto tempo, sentì delle gocce d’acqua arrivargli in volto: era pioggia. Forse, finalmente, quella pioggia avrebbe lavato la città dai miasmi della peste. Il caldo afoso dei giorni precedenti era sparito come d’incanto e l’acqua veniva giù che era una bellezza. Piovve tutto il pomeriggio e la notte, ma ciò non impedì agli uomini di don Ferdinando di portare a compimento il mandato ricevuto. L’indomani mattina il sole si levò in un’aria rarefatta e pulitissima. Accanto all’arsenale, alle falde del Monte Ercta, si andarono raccogliendo gli uomini incaricati di recuperare le ossa di Rosalia coi loro attrezzi. Man mano che cresceva la scalata, in tutti i partecipanti cresceva lo stupore, dopo settimane di calura e il maltempo del giorno precedente, per la visione che si offriva ai loro occhi: l’immenso golfo azzurro si apriva verso l’orizzonte sereno, mentre sul cielo nitido si stagliavano i monti che definivano la piana. Più ci si allontanava da Palermo e più distanti sembravano i miasmi della peste, i lutti, la cupa caligine che si avvertiva stando dentro la città. Il silenzio assoluto, rotto solo dal cinguettare degli uccelli e dal fruscio delle frasche mosse dai loro passi, restituiva a ciascuno dei componenti della spedizione una corretta percezione dello spazio in cui vivevano e che gli angusti luoghi cittadini finivano invece col fare dimenticare.

Appartenuta a un casato tra i principali della dominazione normanna, scesi dai fiordi del nord 500 anni prima, quello dei Sinibaldi, figli di antenati inglesi dalla formazione tutta d’un pezzo, Rosalia si ritrovò con la famiglia in Sicilia in mezzo ad arabi e giudei, bizantini, antichi greci e antichi romani, tutti orgogliosi della propria storia, un guazzabuglio dove ognuno per sopravvivere dissimulava la propria natura, il proprio pensiero e tutto appariva relativo e inaffidabile, dalla convivenza difficile.

La corruzione di quel tempo era arrivata a un tale livello che aveva fatto perdere a tutti la consapevolezza del proprio ruolo. Ognuno, in quella confusione morale cercava di trarre i maggiori vantaggi personali; persino i magistrati che avrebbero dovuto intervenire per la salvezza del regno tacevano o volgevano lo sguardo altrove. Si fecero dominare da uomini rozzi o infingardi, legati tra loro in consorterie segrete, probabile retaggio di quella organizzazione di resistenza degli arabi che avevano trovato la loro culla nel bandustanato di Agrigento. Un’organizzazione malefica, anticristiana, ma che alcuni cristiani usavano per le proprie vendette, per il proprio potere.

Ma la storia malsana non era solo fuori dalle mura del Palazzo dove Rosalia viveva: era anche all’interno della sua famiglia; i suoi genitori profondamente infelici vivevano il tradimento quotidiano essendo la madre di Rosalia legata a un uomo di basso rango, per amore del quale ignorava l’esistenza della stessa Rosalia. Liti furibonde imperversavano dentro e fuori le mura. Fino a che Sinibaldo, scoperto il tradimento e avendo assistito all’uccisione dell’amante della moglie per mano del Cardinale, cavalcando a lungo sotto la luce della luna piena su verso il dosso oltre il quale la campagna riscendeva verso il pantano di Mondello, al di là del monte Ercta, guardando la città addormentata non riuscì a trattenere un pianto silenzioso e dirotto. Il suo mondo, i suoi affetti, tutto ciò che aveva provato a costruire era in quel luogo: ma la vergogna e il dolore di non aver saputo capire la persona che aveva accanto, l’umiliazione di essere stato osservato da vicino, conosciuto nell’intimità della sua casa e probabilmente irriso dai suoi nemici gli rendeva insopportabile la permanenza in quella città.

Rosalia stava a guardare, solitaria, dalle finestre del Palazzo: il suo sguardo si perdeva verso la piana dove i filari degli alberi di loto, ormai spogli di foglie, tenevano gli ultimi frutti che qualche mese prima avevano dato alla vallata, insieme ai limoni, quel caratteristico colore che aveva contribuito a farla diventare la Conca d’Oro. Era un gioco passare dalle finestre che guardavano dall’alto la pianura, splendidamente innevata, alle finestre del lato opposto che guardavano al mare e alla città, come sempre luminosa sotto un cielo terso e mediterraneo. Ricordando le brume nordiche descritte da tanti frequentatori del Palazzo, pensò che solo a Palermo fosse possibile vivere contemporaneamente la vista di due stagioni nello stesso momento. La passione di Rosalia per la natura e i suoi dettagli era immensa, ma non aveva seguito e nessuno rimaneva ad ascoltarla, così si convinse di avere una sensibilità diversa, e si rifugiò nel proprio isolamento ad osservare fili d’erba e formiche, a scoprire un’insospettabile mondo di animali minimi che, insieme ad uccelli, faine, pesci, volpi e quanto altro popolavano il suo piccolo mondo nei giardini pensili del Palazzo.

A volte si recava di notte sugli spalti per lenire la sua insonnia dolente; guardava la pianura silenziosa e pacificata da quel velo d’argento che la luce lunare posava su tutto e aspettava l’alba, chiedendosi dove fossero i suoi genitori, che fine avesse fatto la sua famiglia, perché nessun segnale fosse mai più venuto da parte loro. Ecco, pensava Rosalia, quando io guardo la natura tutti gli affanni di quest’ultimo anno passano in secondo piano, mi sento rassicurata, capisco che c’è qualcosa o qualcuno sopra di noi che è più forte e che veniamo tutti da lì, come queste margheritine.. e così io prego!

L’unico amico sincero era il cugino Maurilio, bibliotecario della Casa Reale, ma anche lui un bel momento sparì e Rosalia che non sapeva capacitarsi, intraprese un viaggio avventuroso e solitario alla sua ricerca. Saputo che si era recato all’eremo di Santo Stefano di Quisquina, fu lì che decise di arrivare, e fu un viaggio, a piedi, non di poco conto. Pensiamo a quanto poté risultare strabiliante per i monaci di quel tempo vedere arrivare una giovane donna sola alla ricerca di un uomo che, nel frattempo, aveva preso i voti: colpì, nel racconto che Rosalia fece della corte e degli avvenimenti di quei giorni, la sua furibonda carica morale, il rigore e la lucidità del giudizio, ma anche il disincanto e la contestazione verso un ordine che tale non era; verso una grande ipocrisia che, dietro le forme della cristianità, nascondeva egoismi, vendette, amori illegittimi e vite dissolute. Colpì il carattere fiero e malinconico di quella ragazza che dietro una bellezza inconsapevole e una grazia naturale, nascondeva un carattere forte e orgoglioso, idee ferme e coerenti e che si trovava a viver in un mondo incapace di governare e tenere a bada la grande fratellanza dei tanti piccoli egoismi che negavano la bellezza del mondo, la grandezza dell’animo umano, le tante possibilità che la terra di Sicilia poteva dare. Sembrava che per Rosalia ci fosse un paradiso a portata di mano se solo si fosse capito lo scandaloso messaggio di Cristo.

“Ho l’impressione che certe volte voi uomini vi riteniate i depositari della sapienza e che passiate il tempo a compiacervi nel dare lezioni universali”, pare abbia detto all’Abate. (…) “La mia origine è certamente privilegiata e dunque per molto tempo non ho conosciuto dolori, sofferenza, violenza.. fino a quando non sono cresciuta e ho appreso la fatica del vivere. Ho incontrato tutto insieme il dolore nella mia famiglia e la violenza nella mia città”. E, incontrato il cugino, gli disse in maniera diretta: “Ero venuta qui a cercare te Maurilio, perché eri l’unica persona di cui ancora mi fidassi, sono lieta di scoprire che non sei cambiato, che almeno tu non hai tradito la mia fiducia; ma questa scelta mi taglia fuori, mi lascia ancora più sola. Proprio la tua scelta mi fa capire che per essere coerenti con la propria morale non si può stare nella società”.

Fu così che, scoperta la verità sul cugino, legato peraltro indissolubilmente a un amico monaco e medico, meditò sul da farsi: se avesse scelto una vita di preghiera e utile agli altri, chi le avrebbe potuto fare del male? Immaginò se stessa su di un monte, libera di pregare e cercare erbe mediche per proseguire l’esperienza iniziata con i due frati nelle campagne del corleonese.

Quindi possiamo immaginarla mentre s’incammina tornando verso Palermo, andando verso capo Zafferano; una camminata bellissima, nella prima luce del mattino, in mezzo a giardini di limone.

Superato un gomito di roccia la visione diventò mozzafiato. Improvviso, di fronte a lei, si aprì il golfo di Palermo, definito all’orizzonte da una corona di monti lontani che emergevano dai vapori del mattino: il mare era calmissimo, quasi un lago e, verso la città lontana e forse ancora addormentata, una striscia di nebbia azzurrina portava verso destra al Monte Ercta. Sembrava un’isola fantastica, sospesa, un castello volante che galleggiava sul mare, un bastione di difesa in prossimità della città. Rosalia restò incantata, non aveva mai visto Palermo così.

Fu allora che Rosalia decise che si, si sarebbe ritirata su quel monte Ercta che troneggiava dall’altra parte del golfo, vicino a Palermo. Sicuramente anche lì la vista del mare e la libertà della natura l’avrebbero aiutata a trovare il suo equilibrio, la sua dimensione, un rapporto vero con il senso più profondo della vita, senza compromessi, senza cedimenti, fino alla fine.

Arrivata a Palazzo, disse tutto alla regina, confessandole i suoi pensieri, i suoi desideri: “Ho capito che nessuno di noi si può permettere di giudicare, tanto meno una figlia i propri genitori: io vi guardo e sento che in voi c’è più paura per ciò che è diverso, per quello che non capite o ignorate, piuttosto che amore. E’ questa paura che vi porta a chiudervi nelle regge e nei palazzi e ciascuno si chiude nel suo ghetto o nella sua casbah, o nel suo convento e vive sazio del potere che lì dentro esercita! Io, lì fuori, sola, voglio testimoniare un’idea diversa di amore, che sia fondata sulla libertà, sul rispetto, sulla fiducia..”.

Pare che la regina in persona, oltremodo sorpresa le abbia risposto: “Ciò che oggi ho sentito da questa ragazza supera ogni mia previsione. Pensavo di trovarmi davanti a una di quelle vicende che spesso segnalano il travaglio dei ragazzi della sua età, ma che non possono mettere in discussione il buon nome delle famiglie.. meno che mai di una delle famiglie più care a noi, qual’è la famiglia dei Sinibaldi. Ho trovato invece una persona straordinaria che conferma l’eccezionalità di questa famiglia. Non poteva non nascere qui una donna di tale carattere, sensibilità, intelligenza e amore cristiano. E’ per queste ragioni che invito tutti a rispettarne la volontà: è sotto la mia personale protezione e chiunque la offendesse ne subirebbe la punizione delle mie guardie. A lei do in uso il feudo del monte Ercta che trasferisco in possesso al padre Sinibaldo. Tutti i beni prodotti in questo feudo sono e saranno nella disponibilità della famiglia Sinibaldi, finché vivranno. In cambio i loro feudi di Quisquina tornano sotto il controllo della Casa Reale.

Isolare la mistica Rosalia sul monte Ercta, significava, e la regina lo sapeva bene, parlare anche al cuore più profondo della città: quel monte era sempre stato la sede di pratiche religiose fin da tempi antichissimi. Piccoli templi d’epoca fenicia, grotte ornate da dipinti rituali, ancora più antichi, caratterizzavano le balze del monte che continuava a essere meta di santoni, invasati, maghe e monaci di ogni tipo. La presenza di Rosalia avrebbe ridato un’impronta cristiana a quella sede di religiosità pagana e di eremitaggi scismatici.

La notizia della scomparsa di Rosalia si diffuse lentamente e cominciò a crescere l’apprensione per la sua presunta fine: tra i frequentatori del monte il cordoglio si univa all’incredulità per la precoce fine di una donna ancora giovane, e ne cresceva il mito. Di lei cominciarono a raccontarsi storie miracolose e ben presto soprattutto nei quartieri arabi si creò una vera e propria venerazione della sua santità. Il suo corpo non fu mai trovato, nonostante alcune battute sulle pendici del monte; quelle ricerche si trasformarono in occasioni per processioni, penitenze, preghiere collettive. Nacque una fortissima e radicata pratica di preghiera nel nome di Rosalia.

Se in ogni bottega c’è il ritratto di San Giuseppe, negli angoli di strada si costruiscono e onorano cappelle votive dedicate alla Madonna, in ogni chiesa ci sono altari dedicati ai diversi santi e i quattro quartieri in cui è divisa la città hanno ognuno il suo santo o la sua santa protettrice, tutto questo non è bastato a far dimenticare Rosalia. Vi siete domandati perché? Vi siete domandati perché la storia di una ragazzina fuggita di casa e ribellatasi a genitori e tutori abbia attraversato cinque secoli pur senza essere mai supportata dalla chiesa, dagli ordini monastici, o da un qualche teologo?

Certo, era troppo trasgressiva per una Chiesa dell’obbedienza e dell’umiliazione. E’ ancora troppo trasgressiva per ciascuno di noi ma in quella trasgressione c’è anche la lucidità dei folli, di quelli che non si curano delle regole della società e vanno diritti all’essenza delle cose e se ne invaghiscono, lasciandosene possedere totalmente.

Lo scandalo di Rosalia è quello di aver svelato l’ipocrisia di un uso del messaggio di Cristo utile a coprire le contraddizioni del potere; un uso del messaggio di Cristo che, anziché rendere l’uomo più libero dai peccati della violenza e della sopraffazione, finiva coll’insegnare l’ambigua doppiezza necessaria al potere, in ogni tempo.

Il ricordo di Rosalia ha sfidato i secoli perché la gente umile si è ritrovata in lei, perché ne ha riconosciuto la sublime ingenuità e la tenace determinazione a resistere a ogni sopraffazione anche a costo di rinunciare al proprio stato e ai propri privilegi. Un esempio di coerenza, di coraggio, ma infine anche un esempio di martirio, seppure vissuto in una dimensione moderna e originale rispetto ai martiri sotto l’impero di Roma.

Guardando l’incomparabile scenario, mi chiesi perché non avessi pensato prima a tirarmi fuori da quei miasmi per salire lassù a respirare aria pura e recuperare una dimensione e un rapporto meno incombente con le cose e i problemi di ogni giorno. Finché in quella escursione inconsueta non potei trattenere un moto di stupita meraviglia per un tale panorama: capii d’un colpo le ragioni di Rosalia e intuì come quei luoghi potessero ispirare una dimensione mistica dell’esistenza. Era la scoperta d’un vago senso d’eternità che consolava: al di là della classe dominante c’era un popolo capace di esprimersi attraverso personaggi di grande e forte carattere.

La nostra Santuzza ci piace per questa assenza di santità canonica e per questo ripetiamo secolo dopo secolo quel percorso che lei fece a suo tempo, e da lei ci sentiamo così fortemente rappresentati. Rosalia era una pellegrina ieri quanto lo siamo noi oggi, anche lei salendo quelle fughe con gli occhi alle pietre e ai suoi piedi scalzi, con coraggio e temerarietà, senza guardare ad altro che alla fede in sé stessa in quanto elemento di quella stessa natura, altrimenti chiamata Dio – anche lei attaccando i suoi pensieri a quei pavimenti come figurine: la madre assente, il padre tradito, il coltello del cardinale che infilzava l’amante, e quella povera gente fuori dal Palazzo, la più illusa e tradita di tutti. E infine la figurina più dolorosa e decisiva, quella del suo amore per il cugino bibliotecario, fattosi monaco, e ahimè, omosessuale.

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