Misticanza d’erbette e feta: fate di bosco o strumenti da streghe?

0
21


Want create site? Find Free WordPress Themes and plugins.

Tra le parole più immaginifiche ci sta la frase “erbe di campo” e subito vengono evocati lavoro agricolo, coltivazione della terra anche quando intendiamo i prati o i fossi in cui crescono le erbe selvatiche. Ciò può accadere perché una cultura millenaria ci ha insegnato a non porre rigide frontiere tra i due mondi: il domestico è più produttivo, più rassicurante, più ‘dolce’ del selvatico, ma assieme al selvatico è più completo e saporito – e del resto tutto ciò che è domestico ha una radice selvatica.

Ben vengano, dunque, i cardi e i finocchi che una straordinaria sapienza di agricoltori e orticoltori ha saputo trasformare in succulenti ortaggi dolci; ma il retrogusto amaro del cardo, e la sua sgarbata figura, saranno il segno di una selvatichezza non domata; e l’intrattabile finocchio, che nessun vino sopporta, mostrerà una natura solo in parte addomesticata. Quanto al radicchio, alla malva, alla borragine, alla bietola, alla cicoria, dovremo ammettere che specie domestiche e selvatiche non si escludono, anzi si valorizzano le une con le altre.

Fossi, prati, vegetazione spontanea: pensiamo a un cibo non creato dall’uomo, ma dalla natura. Pensiamo alle piante che nella stagione fredda, e poi avanti fino a primavera, rallegrano la tavola di sapori diversi, più selvatici, più amari, a volte più saporiti. Pensiamo alle erbe officinali del sottobosco, che ci regalano tisane e decotti utili ai mal di gola e ai freddi pomeriggi invernali. I monaci medievali la chiamavano Provvidenza e a lei affidavano molti bisogni alimentari – senza dimenticare che il grosso delle provviste sarebbe venuto dal lavoro. È l’antica dialettica fra natura e cultura: produrre il proprio cibo, o aspettare che Qualcuno pensi a noi? Contare sulla generosità di Dio, del clima, della terra, o rimboccarsi le maniche per guadagnarsi il pane quotidiano a colpi di zappa e di vanga? Alcuni (come san Benedetto) sostennero la prima via, celebrando il valore della fatica e del lavoro. Altri preferirono isolarsi dal mondo, farsi eremiti nelle solitudini boschive e affidare alla Provvidenza (o all’elemosina) la propria sopravvivenza. I più giocarono su entrambi i fronti: coltivare la terra, i campi, gli orti, ma al contempo secondare i segnali della natura. Fondamentale per uno stile di vita naturale mparare a conoscere le piante, a distinguere le erbe buone dalle cattive, a far tesoro di un patrimonio vegetale utile «sia a nutrirci, sia a tenerci in salute», come scriveva nel sesto secolo il monaco Cassiodoro. Gli orti del Medioevo (dei monaci, certo, ma anche dei signori e dei contadini) erano straordinari luoghi di sperimentazione in cui i saperi agronomici e le pratiche di coltivazione si incrociavano con la conoscenza delle piante selvatiche.

In questo mix di saperi si fonda gran parte della cultura alimentare e gastronomica del nostro passato.

Le erbe di campo sono le fate che abitano nei prati e nei boschi: alcune sono più celebri di altre, perché posseggono proprietà nutritive e terapeutiche speciali: Achillea ha la capacità di arrestare il sanguinamento e curare i raffreddori; Eufrasia possiede la facoltà di curare le affezioni agli occhi; Verbena è in grado di lenire le infiammazioni e i dolori articolari.
Le tre fate e le loro sorelle potenziano le proprie capacità ogni mattina, quando i primi raggi del sole illuminano il leggero manto di rugiada che le ricopre. È a queste fate erbe che in passato le classi popolari si rivolgevano liberamente per alimentarsi e curarsi. Purtroppo, durante il ‘300 l’insicurezza collettiva suscitata da carestie e peste provocò una vera e propria caccia agli spiriti maligni. Come principali colpevoli vennero additate le donne che conoscevano le “virtutes herbarum” (saper raccogliere erbe nei periodi più idonei al loro utilizzo).
Un regolamento sull’uso delle erbe spontanee e la loro funzione terapeutica venne sancito dal Concilio di Trento (metà ‘500), che bollò come atti di stregoneria gran parte dei rimedi fino ad allora adottati. Con questo metodo si creò una frattura tra la medicina popolare praticata soprattutto dalle donne, e quella accademica esercitata dagli uomini delle comunità religiose.
Le fate erbe vennero così trasformate in strumenti da streghe, e il loro “dominio” concesso solo al potere maschile.
Fortunatamente, nonostante roghi e persecuzioni, la trasmissione del sapere “verde” continuò di nascosto, di madre in figlia, e le erbe rimasero il baluardo terapeutico e alimentare della povera gente.

Poi negli anni ’70 del Novecento, ciò che non avevano potuto le truppe degli inquisitori lo ha imposto la società dei consumi. Le pillole chimiche e il cibo industriale hanno fatto cadere in disuso le fate erbe, cancellando in molte famiglie la capacità di distinguere una foglia di cicoria da una di ortica.

Prati e boschi sono diventati le aree dove provare l’ebbrezza del suv, o sfrecciare con la moto. Peccato. Perché cercare erbe, germogli, steli e foglie, è un piacere libero e gratuito. Si può cominciare cercando le tre o quattro specie più diffuse (tarassaco o dente di leone, camomilla, achillea, malva), e con queste realizzare una misticanza. Ho conosciuto donne anziane e sagge su per i Nebrodi che arrivano addirittura a miscelare più di quindici erbette diverse, ottenendo degli elisir di lunga vita che non hanno nulla da invidiare a ricchi piatti di pasta o carne.

“Non è poca dottrina saper mitigare l’amaro e l’acuto di alcune erba col sapore né amaro né acuto di alcune altre, facendo di tutte insieme un componimento si soave, che ne assaggeria a sazietà” scrisse nel ‘500  Pietro Aretino, nelle cui parole si esalta decisamente proprio l’arte della misticanza.

Ricetta misticanza d’erbette e Feta

INGREDIENTI (per 4 porzioni)

250g di misticanza (tarassaco o dente di leone – cicoria – crescione d’acqua – lattughino – portulaca – finocchio selvatico – ruchetta, rughetta o rucola – caccialepre – crespigno – valeriana – barba di frati o agretti – ecc…)

– 150g di feta

– 8 pomodorini

– 1 cetriolo

– 1 cipolla rossa

– 1 spicchio di aglio

– 100g di olive nere intere

– 1 limone

– olio extra vergine d’oliva – menta – sale – pepe

PREPARAZIONE:

Lavare con cura l’insalata sotto l’acqua corrente e asciugarla centrifugando. Tagliare a spicchi i pomodorini. Sbriciolare la feta e affettare a rondelle i cetrioli. Tritare finemente la cipolla e l’aglio, spezzettare a mano le foglioline di menta, quindi grattugiare finemente la scorza del limone.

In una insalatiera, infine, unire tutti gli ingredienti e condirli con l’olio ed il succo di limone. Salare e pepare. Servire la pietanza arricchita da olive nere.

Did you find apk for android? You can find new Free Android Games and apps.


LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome:

Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.