Con la Sicilia nel cuore: Franco Fasulo “Nel giardino di Zeus”

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Se è vero quanto sostiene il nostro Camilleri, i siciliani si dividono in siciliani di scoglio e siciliani di mare aperto: la differenza tra i due è che quelli di scoglio non riuscirebbero per nessun motivo ad allontanarsi dall’Isola, proprio come le “patelle”, mentre quelli di mare aperto prendono la via del mare ma portano con sé nel cuore, per sempre e ovunque vadano, la Sicilia.

Franco Fasulo, pittore agrigentino ma lombardo di adozione, appartiene decisamente alla seconda specie e la sua Sicilia viene fuori in modo del tutto naturale e con forza dal suo pennello. I suoi colori caldi, terrosi e materici, i suoi blu cobalto increspati e profondi sono memoria dell’Isola e catturano lo sguardo con la loro potenza evocatrice di paesaggi ancestrali e mitologici come quelli pietrosi della Valle dei Templi, dove Franco è nato e dove ritrova la sua famiglia a ogni ritorno.

L’arte contemporanea, di difficile definizione e particolarmente complessa rispetto a quella delle epoche precedenti è un’arte liberata da schemi, appartenenze estetizzanti, inquadrature e la sua è espressione di un’antropologia varia e per forza di cose, multi-direzionale fino alla personalizzazione più estrema: nella pittura ad olio contemporanea i tratti sembrano tradursi in pennellate d’interiorità, di visioni e memorie proprie, senza somigliare a nessun altro. Il suo valore è quello immediato dell’empatia, dell’emozione e in qualche caso della suggestione che lo spettatore prova davanti al quadro.

La prima impressione che i dipinti di Fasulo suscitano per via della loro quasi mono-cromaticità è quella di trovarsi davanti a un muro invalicabile: pareti rosso fuoco, verdi, ocra, blu si impongono come fossero state “lisciate”, stuccate da una spatola che chiude tutte le imperfezioni, le feritorie, e non hanno quel punto di fuga che permette a un primo sguardo, di sondare profondità. A poco a poco però, lasciandosi inondare dalla purezza del colore, si scorgono piccole variazioni e contrappunti, sottili scolature di luce che dipingono ricordi, immaginifici passaggi segreti come quando si sosta davanti a una nave ormeggiata alla banchina del porto: prima l’uniforme totale, lo scafo immenso che si staglia netto e fermo sulla mobilità bluastra del mare, poi le fenditure, il lavoro dell’uomo sulle bullonature, sulle saldature, poi ancora l’idea del viaggio, di lontananze insondabili che la nave incarna di per sé. Si legge nei suoi primi dipinti il viaggio come dimensione ancestrale, l’eterno ritorno all’isola dove un Argo, dove una Penelope aspettano il loro Ulisse che si, tornerà, arricchito di anni e di esperienze da raccontare.

Come per tutti gli artisti, anche per Fasulo si tratta di un percorso, di un excursus pittorico dove le dimensioni caliginose che inizialmente celano anziché svelare, nei dipinti successivi propongono all’osservatore quesiti che non riguardano più soltanto il legame con la propria terra, con la propria cultura, ma si evolvono nell’idea di cogliere l’unicità dell’esperienza della vita stessa. Il paesaggio d’altronde non esiste senza qualcuno che lo osservi: così quel qualcuno diventa parte integrante del paesaggio stesso. Questa ricerca inevitabilmente diventa catarsi, un abbandonarsi alla stesura ipnotica del colore sublimandone il momento e la volontà, conducendo l’osservatore verso infinite risonanze interiori che accendono il pensiero, quindi la memoria.

Sembra di “vedere” le parole di Fernando Pessoa nell’ ”Ode Marittima” a cui Franco si ipira: “E le navi viste da vicino,/anche se non ci imbarchiamo/viste da sotto, dai battelli, muraglie alte di piastre/viste da dentro, attraverso le camere, le sale le dispense/guardando da sotto in su gli alberi che si affilano verso l’alto,/sfiorando i cordami, scendendo le scale malagevoli/ fiutando l’untuosa misura metallica e marittima di tutto questo”.

Dagli scafi di navi, dalle immaginarie strisce di Gaza o dallo Stretto di Messina intagliato nel blu profondo, dalle piccole macchie a margine della compattezza del colore che lasciano intravedere piccole isole che srotolano una via marina per altri ricordi accade che da questo girare intorno si rende necessaria un’emancipazione, una via di fuga, una liberazione dal cerchio magico di mare e d’incanto: così quelle navi si trasformano in zattere di pietra. Quelle grandi, immense pietre che, come ha scritto Josè Saramago, sono in realtà continenti che si staccano dalla terraferma e iniziano il loro viaggio come zattere immense verso la libertà.

Il simbolismo pittorico di Franco si evolve e si trasforma quindi, assume una forma paesaggistica, realistica, carica di poesia quanto una fotografia di Salgado, d’impatto, e di cuore. Dal cromatismo ferroso e assoluto spunta fuori la tenerezza della vegetazione della macchia mediterranea tra pietre squadrate e gigantesche che rimandano al Telamone, quel Gigante di pietra alto più di sette metri disteso (un tempo) nella Valle dei Templi, conosciuto come Atlas, il gigante dei Titani che fu condannato da Zeus a supportare il peso del cielo sulle proprie spalle. E’ l’esplosione nel cuore e nella memoria della propria città natia, l’immensa nostalgia dell’Approdo Definitivo, di Agrigento che di tutta la Sicilia è il luogo più ancestrale, più carico di miti. Per un siciliano come Franco dev’essere difficile, se non impossibile, staccarsi da radici tanto forti, e contorte, e ammalianti. Ad Agrigento il canto delle sirene risuona eterno nell’anima come energia fluida. Come pietra lanciata nell’acqua le onde si propagano intorno perfette, mirabolanti e anelanti l’infinito. Franco Fasulo diventa egli stesso la pietra caduta dentro quel mare profondo.

La sua ultima mostra di oli e pastelli, inaugurata lo scorso maggio a Como e ancora in corso, presso la sede dell’Ordine degli Architetti, s’intitola infatti “Nel giardino di Zeus“, mostra che ha il patrocinio del Parco Archeologico e Paesaggistico Valle dei Templi, e non potrebbe non averlo: il Tempio di Zeus Olimpico di Akragas (Agrigento) è una delle costruzioni più imponenti e maestose dell’antichità greca; ricordiamo che venne eretto per volontà del tiranno Terone per celebrare la vittoria della popolazione dell’antica Agrigentum sui Cartaginesi ad Himera verso l’anno 480 a.C. L’immensa pianta rettangolare dell’edificio era circondata da sette semi-colonne sui lati brevi e quattordici su quelli lunghi. Gli intercolumni in ogni campana erano occupati dalle gigantesche figure dei Telamoni. Secondo lo storico Tommaso Fazello gli ultimi avanzi del tempio caddero a terra nel 1401. Di quella imponente bellezza oggi rimane un cumulo di pietre, frammenti ritratti da Fasulo con forza e precisione, immagini mnemoniche vitali, e magnifiche.

Come ha scritto lo stesso Fasulo su Facebook:

“Sono i luoghi della mia nascita, fisica e artistica; case di calcarenite edificate sulla roccia della stessa natura, un groviglio inestricabile composto da cocciopesto romano e mensole barocche di arenaria conchilifera, la stessa “carne” del Telamone di quasimodiana memoria, che è […] disteso nel giardino di Zeus e sgretola la sua pietra con pazienza di verme dell’aria […].. quella pietra che sgretolandosi, da sempre, torna al Kaos cosmogonico ipotizzato da Empedocle e che compone e nutre i miei sogni di ruggine, di ossidi, di un’umanità inquieta, in perenne viaggio”.

“Ogni opera d’arte è figlia del proprio tempo, e spesso è madre della nostra sensibilità” scriveva Kandinsky nel suo “Lo spirituale nell’arte“. In ogni quadro è racchiusa misteriosamente un’intera vita, con molti tormenti, dubbi, ore di entusiasmo e di luce. La pittura è un suono interiore. Questo suono interiore deriva in parte dall’oggetto, a cui il dipinto funge da rappresentazione; l’oggetto, una volta dipinto quindi smaterializzato produce immediatamente una vibrazione nel cuore. Se la necessità interiore è l’unica fonte di creazione, l’essenza del “dramma” per Fasulo sembra coincidere con l’effetto suggerito dal suo mezzo espressivo, contingente e astratto secondo l’impressione e la riviviscenza interiore. La rappresentazione è sostituita dalla vibrazione sonora prodotta dal colore terroso e poroso, permeabile all’aria e alla memoria. La luce è l’elemento fondamentale della sua visione, una pittura mistica che rivendica un suo luogo, che un colore dipinge abitandolo, calandocisi dentro e portandone in superficie lacerti, immagini comunque rette da necessità interiori che con precisione ne recuperano il filo più intimo e prezioso.

Affiora la testimonianza vivida dell’esperienza umana e artistica di un uomo che ha in sé una misteriosa forza “visionaria” capace di approfondire i limiti dell’arte confrontandola con altre forme artistiche, quella letteratura universale che ama, sottolineando così la forza unica e insostituibile dell’arte. In altre parole: “L’artista è un Re” come ha detto Sâr Péladan, non solo perché ha un grande potere, ma anche perché ha un grande dovere. Se l’artista è colui che celebra la bellezza, questa bellezza, laddove rappresenta l’archeologia di se stessi, della propria gente, traduce in colori e forme l’ispirazione al principio del valore interiore, linfa vitale dell’anima.

Breve biografia dell’autore

Franco Fasulo è nato ad Agrigento nel ’63. Completati gli studi superiori collabora con istituzioni pubbliche e private nel comparto archeologico in qualità di disegnatore. Alla fine degli anni ’80 l’intenso contatto con l’antichità classica lo induce a intagliare nelle radici di ulivo una serie di sculture ispirate ai miti greci. Queste opere saranno esposte a Parigi al Salone dell’Alimentazione, nel ’94, a Firenze presso la Fortezza da Basso nel ’95, e costituiranno la mostra “Nel giardino di Zeus”, esposta varie volte in Sicilia.

La svolta pittorica avviene a metà degli anni 90: compie una serie di viaggi nei paesi rivieraschi del Mediterraneo e spingendosi in seguito sulle coste atlantiche, inizia a trarre ispirazione dagli ambienti portuali. Le sue opere sono state proposte al pubblico con la personale “Il Blu e la Ruggine”, curata da Aldo Gerbino ad Agrigento e al Palazzo della Permanente a Milano.

Del 2010 le mostre “Sicilia-forme /colori a sud”, esposte a Porto Empedocle e “Ossidi – Memorie” a Pavia e Como. Numerose sono state le sue partecipazioni a collettive. Le sue opere pittoriche si trovano presso importanti collezioni private e nelle sedi di istituzioni.

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