La divina Saffo e il suo erotismo leggiadro

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Se vivere è prima di tutto amare, se la vita è letteralmente travolta da Eros, se tutto ciò trova nei versi il suo naturale sbocco, Saffo, da una distanza secolare, rappresenta ancora un erotismo travolgente seppure con gli scarsi frammenti che della sua opera poetica sono arrivati fino a noi. Non crediamo anche noi, del resto, che l’amore, in ogni sua forma, sia l’unico, terribile, potente antidoto al senso di dispersione di ogni realtà? Non pensiamo anche noi che la poesia e l’amore siano ugualmente forze perturbatrici delle menti, capaci di suscitare distruttivi terremoti – come raccontavano gli antichi – per poi concederci la forma più perfetta di pace interiore? L’attualità di Saffo ci aiuta a considerare la poesia come un’entità trasversale nei secoli, a un necessario nutrimento dello spirito, a una profonda consonanza di anime. L’atmosfera che si respira nei suoi frammenti è squisitamente femminile in quell’affascinante connubio di fiori, brezza marina, danze, desiderio d’amore, senso di maternità, che rinvia alle radici ancestrali della cultura mediterranea, alla Magna Mater, alla fecondità primordiale del mondo. Intenso è il senso di smarrimento, di dolore, di sacrificio che trova il suo naturale riscatto nell’amore, avvertito da Saffo quasi come un rito sacro, imprescindibile ed essenziale ingrediente della vita e insieme primigenia sorgente di poesia. La luna, le stelle, la notte, il paesaggio mediterraneo, la vegetazione sembrano fili invisibili e tenaci che costruiscono a poco a poco una robusta rete, che ci raccontano il bisogno di relazioni, di comunicazione, la necessità di abbattere barriere, incomprensioni, pregiudizi. A volte il freddo della consuetudine, il gelo dell’indifferenza altrui, il ghiaccio degli sguardi di chi giudica senza capire rimandano a un segreto e inesauribile bisogno di calore, alla necessità di un fuoco che si accenda improvviso, per sciogliere il gelo. Il sentimento si fa follia e la follia diventa il più puro dei sentimenti, perché, in fondo, non è dei savi il segreto ultimo delle cose. Anche se vissuta in tempi tanto lontani, la lettura delle poesie di Saffo crea un’immediata e profonda comunione umana.

La divina Saffo, generalmente considerata la più grande poetessa di tutti i tempi, nacque ad Ereso, nell’isola di Lesbo da una nobile famiglia, ma la sua vita si svolse a Mitilene dalla quale, a causa delle lotte politiche del tempo, fu esiliata temporaneamente, e di cui resta testimonianza nel “marmo pario”, un’iscrizione che attesta la sua presenza in Sicilia tra il 607 e il 590 a. C. Rimpatriata poi durante il regno di Pittaco, il poeta Alceo (con quale vi fu un vincolo di solidarietà) di lei scrisse: “Saffo, veneranda, dal soave sorriso, dal crine di viola“.

Ben poco sappiamo di Saffo, che ebbe un marito e una figlia, che raggiunse la vecchiaia (infatti, in un papiro troviamo allusioni ad una pelle senile e a capelli bianchi), che era amante del bello, raffinata ed elegante nei modi e nell’aspetto ma, soprattutto, che amò molto e che l’amore riversato nei versi fu un canto limpido e toccante. Saffo fu stimata ed ammirata a Mitilene da molte sue concittadine che erano solite riunirsi intorno a lei in un centro femminile del culto di Afrodite e delle Muse (una sorta di cenacolo intellettuale), una comunità tra il sacro e il profano definita “tiaso”, costituita di sole fanciulle aristocratiche e nubili, giovani donne che subivano il fascino della superiorità spirituale di Saffo, che da lei apprendevano la musica e la danza, e che l’abbandonavano solo quando poi prendevano marito e seguivano il loro destino, lasciando nell’animo della poetessa l’amarezza del distacco, che non tardava a riversare nei versi ricchi di pathos, intrisi di rimpianto per l’amicizia perduta. Nei suoi frammenti ricorrono parecchi nomi di queste fanciulle, Attide, Girinna, Arignota, Gongila, Dice, Anattoria, tutte donne che Saffo ammirava, stimava e celebrava, esaltandone le lodi e la bellezza, festeggiandone con gioia le nozze e lamentandone la partenza per terre lontane con versi armoniosi e di rara bellezza, testimonianza preziosa del suo canto e dei suoi sentimenti. Per Arignota, bella come la luna tra gli astri, che aveva sposato un uomo potente ed ormai abitava lontano, e che malinconicamente supplicava la poetessa di raggiungerla, Saffo si struggeva di nostalgia perché avrebbe voluto rivedere il suo bel volto e le movenze aggraziate. Oppure si lasciava prendere da una furiosa gelosia come nella celebre ode tradotta da Catullo e imitata da Foscolo, quella in cui descrive le sofferenze al cospetto della coppia felice, dell’uomo beato come un dio di fronte alla fanciulla che parla e sorride con dolcezza, mentre, impotente spettatrice, si tortura al loro cospetto. Il colloquio dell’amica con l’uomo amato suscitava infatti in lei il sentimento violento e appassionato della gelosia, che la rapiva nella sua ardente visione e le impediva di udire qualsiasi altra cosa intorno a sé, espresso con tale potenza mai eguagliata da nessun altro poeta. Ecco, allora, l’ode considerata il capolavoro della poesia erotica, già famosa ai tempi di Saffo, che descrive proprio lo sconvolgimento dell’animo turbato dalla gelosia, esaltata già nel I secolo d. C. da un poeta anonimo sul Sublime, rielaborata nella letteratura greca da Apollonio Rodio e da Teocrito e, in quella latina, da Lucrezio, Orazio e persino da Catullo, la cui versione è famosa quasi quanto l’originale:

Mi appare simile agli Dei/quel signore che siede innanzi a te/e ti ascolta,/tu parli da vicino/con dolcezza,/e ridi, col tuo fascino,/e così/il cuore nel mio petto ha sussultato,/ti ho gettato uno sguardo e tutt’a un tratto/non ho più voce,/no, la mia lingua è come spezzata,/all’improvviso un fuoco lieve è corso/sotto la pelle, i miei occhi non vedono,/le orecchie mi risuonano,/scorre un sudore e un tremito mi prende tutta/e sono più pallida dell’erba,/è come se mancasse tanto poco/ad esser morta;/pure debbo farmi molta forza.

Il mondo poetico di Saffo può apparire chiuso ed impenetrabile ma non è difficile comprendere la genesi dei versi sensibilissimi e delicati; il suo animo femminile non poteva certo cantare secondo i motivi usuali della lirica del suo tempo, le lotte politiche non l’attraevano, “non sono donna di pertinaci rancori, ma l’anima ho mite“, tanto meno era portata per l’esaltazione del simposio o delle espressioni dei piaceri effimeri collegati, ad esempio, alle gioie del vino. Portata piuttosto per l’introspezione, Saffo coltivò soprattutto la vena intimistica, ed è appunto con lei che nella poesia nasce l’interiorità, favorita proprio dalla condizione femminile nel mondo greco e in particolare per lei, nata in una famiglia aristocratica per cui aveva rapporti di società, viaggiava, scambiava versi con Alceo, era anche moglie e madre dalla vita normale, senza che ciò interferisse con la sua attività nel tiaso e col suo essere poetessa. In un’epoca e in un ambiente in cui la donna godeva di una certa autonomia e indipendenza, Saffo si ripiegava in se stessa creando un suo mondo poetico in una cerchia lontana da quella dell’uomo, quasi in isolamento, cercando calore per la sua anima soprattutto nel bello della natura: i fiori, gli usignoli, i paesaggi notturni e le scene di primavera la deliziavano con uno stupore quasi infantile, facendole apprezzare della bellezza soprattutto la leggiadria e la grazia, virtù squisitamente femminili.

Da un epigramma sepolcrale che scrisse per lei un amico di Cicerone, si apprende che gli antichi conoscevano una raccolta dei carmi di Saffo divisa in ben nove libri: dell’enorme produzione lirica sono stati tramandati solo frammenti tuttavia sufficienti a rilevare nelle sue composizioni una tecnica unica, un sentimento che sgorga dal profondo dell’anima assetata di amore e di bellezza, che investe ed anima personaggi e cose. Saffo, come tutti gli antichi, viveva la natura in un aura di sacralità, sole, luna, mare, fiori, erano considerati entità sacre che pure le suggerivano immagini intime di raccoglimento e contemplazione della bellezza.

Nella solitudine di una notte senza luna e senza stelle può riflettervi la solitudine del suo animo: “E’ tramontata la luna, e le Pleiadi; e la notte è a metà, ed il tempo trapassa, ed io riposo in solitudine”. Grande sensibilità vibra anche nelle liriche dedicate alle amiche del tiaso: la bellezza di un amica assente, Attide, che spicca a Sardi fra le donne lidie, suggerisce una visione di cielo notturno in cui brilla l’astro lunare: spesso col pensiero qui ritorna/nel tempo che fu nostro: quando/eri per lei come una Dea rivelata,/tanto era felice del tuo canto./Ora in Lidia è bella fra le donne/come quando il sole è tramontato/e la luna dalle dita di rose/vince tutte le stelle e la sua luce/modula sulle acque del mare/e i campi presi d’erba:/e la rugiada illumina la rosa,/posa sul gracile timo e il trifoglio/simile a fiore.

Il tema predominante affrontato è sempre quello dell’amore, considerato da Saffo il più potente dei sentimenti umani, il cui ruolo è determinante nella vita e nell’educazione del tiaso, e colto in tutte le sue sfumature, sia quello travolgente della passione sia quello del turbamento adolescenziale della fanciulla che lo confida alla madre: “Mammina mia, non posso più battere il telaio, stregata dall’amore per un ragazzo per opera della languida Afrodite”. Famosa fin dall’antichità è la composizione dedicata appunto ad Afrodite, un inno d’invocazione, una preghiera tradizionale nella forma ma innovativa nel contenuto, poco religiosa, giacché poetessa e dea sono poste in diretto rapporto confidenziale fino ad annullare, con una complicità tipicamente femminile, la distanza tra umano e divino: “Afrodite immortale dal trono variopinto, figlia di Zeus, insidiosa, ti supplico, non distruggermi il cuore di disgusti, Signora, e d’ansie, ma vieni qui, come venisti ancora, udendo la mia voce da lontano, e uscivi dalla casa tutta d’oro del Padre tuo: prendevi il cocchio e leggiadri uccelli veloci ti portavano sulla terra nera fitte agitando le ali giù dal cielo in mezzo all’aria, ed erano già qui: e tu, o felice, sorridendo dal tuo volto immortale, mi chiedevi perché soffrissi ancora, chiamavo ancora, che cosa più di tutto questo cuore folle desiderava: ‘chi vuoi ora che convinca ad amarti? Saffo, dimmi, chi ti fa male? Se ora ti sfugge, presto ti cercherà, se non vuole i tuoi doni ne farà, se non ti ama presto ti amerà, anche se non vorrai’ “.

Nel canto di Saffo, come in tutta la letteratura greca vibra un erotismo intenso, spesso censurato dall’interpretazione moderna: eppure l’eros, da Omero fino alla produzione ellenistica fu elemento ben presente, eliminato dalla letteratura ufficiale solo con l’avvento dell’ebraismo e soprattutto del Cristianesimo. I Greci, come sappiamo, avevano una diversa concezione della moralità; se la nostra cultura confina l’eros nel tabù, i Greci lo collegavano alla religiosità tradizionale e lo vivevano come rito della fecondità e celebrazione misterica; peraltro non separavano rigidamente l’eros eterosessuale da quello omosessuale e frequenti sono nell’Iliade le allusioni ai legami omo-erotici, come quelli tra Achille e Patroclo; la stessa figura di Elena è intrisa di irresistibile sensualità. Per l’universo maschile sono i dialoghi di Platone ad attestare l’esistenza dell’erotismo, ma anche in molte commedie di Aristofane, così come è testimoniata la pratica dell’incesto nella riflessione della poesia tragica, dall’Edipo Re di Sofocle agli epigrammi e al romanzo dell’età ellenistica. Fu, poi, con la diffusione della cultura giudaico-cristiana, e soprattutto con quella del cristianesimo, che le tematiche dell’erotismo vennero emarginate e addirittura eliminate fino a compromettere la corretta comprensione del patrimonio culturale greco: con Saffo, per la prima volta nella storia della letteratura, si ha la rappresentazione dell’erotismo femminile (definito col tempo, con connotazione denigratoria, “saffico“), espressione dell’eros vissuto legittimamente e normalmente nella cultura greca.

Saffo esercitò una notevole influenza sui suoi contemporanei, soprattutto su Alceo, Teognide, Bacchilide e Teocrito, e Strabone così si espresse su di lei: “Saffo, un essere meraviglioso! Che in tutto il passato, di cui si ha memoria, non appare che sia esistita mai una donna, la quale potesse gareggiare con lei nella poesia, nemmeno da lontano; la sua fama eguaglia quella di Omero eppure, proprio quando era più ammirata, cominciò ad essere infangata. I suoi versi, in cui la rievocazione delle scene è sempre limpida e chiara, come sincero fu il sentimento ispiratore dei versi, l’amicizia che la legava alle sue compagne, furono spesso denigrati fin dall’antichità: basti pensare ad Orazio che definì Saffo dispregiativamente “mascula“. Il processo denigratorio nei suoi confronti risale, però, ai commediografi attici che l’accusarono di cattivi costumi, di bruttezza fisica e che arrivarono persino ad attribuirle un suicidio per amore dalla rupe di Leucade (come riprende Leopardi) perché invaghitasi senza speranza del bellissimo Faone; più onesti e sinceri gli entusiasmi di Platone, che chiamarono Saffo bella e saggia, di Teofrasto che ne rilevò la grazia, e di Plutarco che ne attestò l’ardore del cuore.

Grazia, soavità e passione: sono queste le caratteristiche della poesia di Saffo. Ancora oggi può essere considerata la più grande poetessa di tutti i tempi perché nessuna donna ha saputo cantare l’amore come lei, così puro, così sincero.

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