I fiori di Georgia O’Keeffe: sesso o iperrealismo?

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Due anni fa, in occasione del centenario della prima mostra di Georgia O’Keeffe, la Tate Modern Gallery colse l’occasione per allestire una grande retrospettiva di quella che è considerata una tra le più grandi artiste americane del Novecento ma che in Europa non ha mai avuto una grande mostra a lei dedicata. La retrospettiva ebbe un notevole successo ma dietro l’arte c’era un aspetto sociologico, un ripensamento: la mostra della Tate ebbe l’obiettivo dichiarato di liberare l’opera della O’Keeffe dalle pesanti interpretazioni della critica dell’epoca e permettere ai visitatori di guardare i suoi quadri come lei li aveva concepiti.

Secondo Tanya Barton, l’organizzatrice e direttrice della mostra, sono profondamente sbagliate sia l’interpretazione “freudiana” che ha visto nelle immagini soprattutto di fiori della O’Keeffe riferimenti all’anatomia femminile, sia l’interpretazione delle femministe che tentarono invano di reclutarla tra le militanti di un’iconografia al femminile.

La Barton ha poi sottolineato in quell’occasione che basta leggere quanto la O’Keeffe stessa ha scritto per capire che i suoi interessi erano altri, e che l’artista era profondamente frustrata dall’ossessione maniacale dei critici: “Chi legge simboli erotici nei miei quadri in realtà parla degli affari suoi,” scrisse Georgia. I quadri di fiori che tanto la resero famosa e fraintesa erano stati concepiti per attirare l’attenzione sulla loro bellezza, ingigantendo l’immagine per enfatizzare le loro forme, prendendo in prestito dalla fotografia l’idea dello zoom.

La mostra conteneva un percorso cronologico, dal 1915 al 1963, e la sequenza di 115 quadri che permisero inequivocabilmente di capire quali fossero le intenzioni e gli obiettivi dell’artista: la natura in senso lato, la musica: cinquant’anni dopo il suo debutto come pittrice, dopo la lunga fase dei paesaggi, dei fiori e delle nature morte, l’artista tornò all’astrattismo delle origini, all’essenzialità dell’immagine, all’interesse per la forma pura.

Nessun museo o galleria britannica possiede un’opera dell’artista americana. “Gli uomini dicono che sono la migliore pittrice donna”, – scrisse la O’Keeffe. – Io penso di essere uno dei migliori pittori.”

La storia della donna nell’arte è stata per secoli una storia di riflesso, intima, gridata sottovoce, soffocata nell’indifferenza del popolo maschile che preferiva umiliare la donna, usandola come oggetto sessuale: la figura umana non appare mai nelle opere di O’Keeffe: “Ho fatto da modella per talmente tanti artisti che non potrei mai chiedere ad alcuno di fare la stessa cosa per me”, disse.

Nel corso dei secoli gli artisti uomini si sono sempre serviti della bellezza del corpo femminile, la perfezione delle curve, la sinuosità delle linee, la sensualità delle pose e del corpo senza veli ma raramente le donne potevano osservare ed apprezzare la bellezza delle proprie forme. Agli inizi del Novecento però alcune donne cominciano a rompere gli schemi, si pensi ai grandi nudi di Tamara de Lempicka, alle fotografie di Laure Albin-Guillot.

La sensuale simbologia dei fiori di Georgia O’Keeffe ruppe gli schemi tradizionalisti e si accinse ad una rappresentazione più simbolica e conturbante della sessualità femminile: all’anatomico “L’origine du monde” di Gustave Courbet, che nel 1866 affascinò e scandalizzò la Parigi bene del XIX secolo con la sua rappresentazione realistica degli organi genitali femminili, la O’Keeffe rispose con una candida rappresentazione simbolica della vagina paragonata ad un altrettanto precisa rappresentazione di numerosi fiori in larga scala, dalle delicate corolle dischiuse pronte ad “accogliere” gli impollinatori e a generare così una nuova vita. Una femminilità simbolicamente celata od un semplice iperrealismo? La maggior parte dei critici ha voluto analizzare le opere come un manifesto simbolico di una sessualità finalmente manifestata, mentre la posizione dell’artista resta ambigua e criptica fino alla fine. La O’Keeffe si dissocerà dall’interpretazione freudiana che molti critici le hanno affibbiato chiudendosi in un religioso silenzio fino al 1943.

Quando si parla di Georgia O’Keeffe si pensa principalmente ai suoi magnifici fiori conturbanti e giganti. Quel gineceo floreale, dalle corolle perfette e i pistilli polposi che per decenni i critici e i movimenti femministi hanno associato alla sessualità femminile forse alla fine avevano un significato più profondo e spirituale, ben lontano da quell’analogia anatomista con la vagina. Nel 1943 infatti l’artista spezzò il suo silenzio e affrontò i critici sostenendo, con semplicità: “Voi fate tutte quelle associazioni, leggete troppo nei miei fiori, scrivete su di loro e dite cosa vedo io. Volete che io veda ciò che voi volete vedere nel mio fiore, mentre io non lo vedo. Quando prendi in mano un fiore e lo osservi veramente, è il tuo mondo, per un momento. Io voglio dare quel mondo a qualcun altro”.

Nei suoi fiori dunque vi è molto più di un organo sessuale, la bellezza di un fiore racchiude una visione, una speranza, un’anima che ingigantita sulla sua tela prende vita alla ricerca di un’anima affine che sappia accoglierla e farla sua per un breve istante di assoluta pace esistenziale. Nei suoi fiori vi è sì, l’universo femminile, ma un universo più intimo e spirituale di quanto i critici potessero immaginare. Quei fiori, che l’hanno resa l’artista donna più quotata dalla casa d’Aste Sotheby’s, sono dunque il daimon effimero di una donna che in tutta la sua vita conobbe la paura e sempre la respinse: “Sono assolutamente terrorizzata ogni momento della mia vita, ma non ho mai permesso alla paura di impedirmi di fare tutto ciò che ho sempre desiderato fare”.

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