Fake news: l’indignazione diventa proposta di legge

0
41


Want create site? Find Free WordPress Themes and plugins.

Avevamo già parlato di Fake News e degli utenti indignati del fenomeno su questo giornale non molto tempo fa, ma la piega che nel frattempo ha preso l’argomento è piuttosto seria dal momento che il PD ha proposto una norma farraginosa che mira ad imbavagliare il web. Non si tratta però delle bufale di chi ogni giorno con frodi, truffe e false promesse ruba milioni di euro agli italiani e a cui devono badare Polizia Postale e Carabinieri: si scaglia invece contro le bufale sui politici che danneggerebbero la loro reputazione e che sarebbero sparse in Italia addirittura da Vladimir Putin e dai suoi servizi segreti.

Per la diffamazione, la calunnia, il falso ideologico, il procurato allarme esistono già in Italia numerose leggi, pare invece che Luigi Zanda, capogruppo dei senatori Pd voglia presentare una legge che costringa i gestori dei social network a censurare quei post e quei messaggi che lederebbero la reputazione di un politico. La proposta prevede, in caso di inazione da parte del gestore del servizio, l’intervento del Garante della Privacy, organismo a nomina politica (la sua composizione è decisa dal governo) e che potrebbe anche multare il gestore. A legislatura quasi terminata la questione non potrà essere affrontata più di tanto ma rappresenta comunque un modo autoritario di affrontare la regolamentazione del web, forse il tentativo illusorio di contenere la crisi di credibilità della politica.

Il dibattito molto acceso è stato scatenato in realtà da un articolo pubblicato il 24 novembre scorso dal New York Times dove il corrispondente Jason Horowitz scrive che, con le elezioni alle porte, «si comincia a temere che l’Italia diventi il prossimo obiettivo di una campagna destabilizzante di propaganda e fake news». L’Italia è, a detta di molti analisti, l’anello debole di «un’Unione europea sempre più vulnerabile» a sospette «ingerenze russe» di cui si è già parlato nei contesti delle elezioni americane, del referendum sulla Brexit e dei disordini in Catalogna. Tra i più preoccupati appunto il PD, che come esempio di propaganda inventata di sana pianta ai suoi danni cita un meme che accusava la Boldrini e la Boschi di essere state presenti al funerale del boss mafioso Totò Riina (il meme era stato lanciato da un account Facebook che il Nyt definiva come «vicino al Movimento Cinque Stelle» e che è poi stato cancellato). Il Times aggiunge che Facebook ha detto al governo italiano di avere stabilito una «task force italiana» di fact-checker che si «occupi del problema fake news in vista delle elezioni».

La libertà’ di parola e’ un diritto inviolabile, e vigono già dei regolamenti che impongono delle restrizioni che gli utenti sono obbligati a rispettare. I moderatori poi, presenti in ogni sito, si riservano il diritto di cancellare o modificare i commenti inseriti dagli utenti, senza dover fornire giustificazione alcuna. La responsabilità dei commenti ricade quindi esclusivamente sui rispettivi autori. I principali suggerimenti che tutti conosciamo sono: rimani sempre in argomento; evita commenti offensivi, volgari, violenti o che inneggiano all’illegalità; non inserire dati personali, link inutili o spam in generale.

Di contro su Twitter Fabio Chiusi ha fatto notare però che le fake news esistono anche sui giornali mainstream, citando come esempio una bufala recente su un’inesistente bambina di Padova costretta a sposarsi a nove anni per colpa della tradizione islamica (era finita sul Messaggero e la Stampa, che poi si sono scusati). Ma se ne potrebbero citare molte altre di bufale uscite sui quotidiani: qualcuno ricorda la storia della bambina inglese obbligata a convertirsi all’Islam dalla famiglia affidataria? (nata da una testata inglese la bufala s’era diffusa a macchia d’olio su quelli italiani, salvo poi scoprire che la bambina era musulmana). Chiusi ha quindi ragione nel sollevare una questione di massima importanza quando dice che il giornalismo italiano ha un problema di fact-checking, di credibilità che non regge il confronto con le altre democrazie mature. Però questo non sminuisce la pericolosità della disinformazione deliberata dei siti specializzati in questo business. Semmai, la rende ancora più pericolosa. Perché in un Paese in cui la gente qualche ragione di diffidare dell’informazione mainstream ce l’ha, paradossalmente la disinformazione diventa ancora più credibile.

Ma vediamo come e dove nasce il problema vero.

Facebook è un social network fondato sui Like: quanti più “Mi piace” ha un post, tanto più esso sarà popolare: su questo meccanismo si baserebbe la “democraticità” del social. Alcuni ricercatori dell’Università dell’Iowa e della Lahore University of Management hanno però scoperto che nel sistema dei like esiste una falla, sfruttando la quale sono stati generati almeno 100 milioni di mi piace fasulli. Lo studio afferma che un milione di account Facebook -veri e falsi- hanno collaborato creando una “rete di collusione”. Il funzionamento, così come spiegato dai ricercatori, non è complicato: il primo passo consiste nell’iscrivere il proprio account a un “servizio di manipolazione della reputazione”. È in questo modo che si entra a far parte della «rete di collusione». Da qui alla guerra intrapresa contro media russi come RT e Sputnik però ne corre. La nuova faccia della censura si chiama “de-ranking”, ovvero de-classificazione. Sabato 18 novembre, durante il Forum per la Sicurezza internazionale ad Halifax, Canada, Eric Schmidt – direttore della compagnia Alphabet, socia in affari con Google – annuncia: Google News combatterà la cosiddetta propaganda russa, perciò nasconderà i contenuti di RT e Sputnik. “Non vogliamo bloccare i siti web, non è il nostro stile di lavoro”, ha dichiarato Schmidt. Non si capisce bene cosa vuol dire, ma Schmidt, spiega: “in base ad algoritmi specifici che obbediscono a criteri interni, i siti compariranno in fondo alle ricerche”. Significa, in altre parole, mettere in atto “un’altra forma di censura”, come ha commentato l’avvocato statunitense per i diritti umani Dan Kovalik, che aggiunge: “L’attacco a RT è un attacco a narrazioni diverse su questioni come Siria ed Ucraina”, e precisa “infatti Google ha già iniziato ad usare questo metodo anche con siti alternativi nordamericani (…) Finiranno per censurare tutti. I cittadini americani dovrebbero esserne allarmati”. Una mossa che arriva, peraltro, subito dopo la decisione del Ministero della Giustizia statunitense di registrare RT fra gli agenti stranieri. Insomma, una censura a colpi di algoritmi.

Google può pure gettare RT in fondo alle sue ricerche ma nutriamo seri dubbi sull’efficacia del risultato: la maggior parte degli utenti ormai non aspetta il filtraggio dei motori di ricerca ma va direttamente nel sito di RT, così come nel sito di Sputnik, di Press TV, di Al Manar, di Hispan TV, o di Pandora TV. E quando non ci va direttamente ci pensano le amicizie in comune di Facebook o Twitter a segnalarle attraverso la condivisione. Un fenomeno che sta sfuggendo di mano: nemmeno Zbigniew Brzezinski, che nel 1970 scrisse “Between Two Ages: America’s Role in the Technetronic Era”, avrebbe potuto prevedere un acceleramento simile.

I gatekeepers faticano a controllare tutte le informazioni in entrata e in uscita. Neppure la sapiente introduzione di infiltrazione/cooptaggio/inquinamento delle fonti d’informazione indipendente – per non dire la costruzione ad arte di finti personaggi o entità anti-sistema – è servita a scoraggiare il pubblico, che si sobbarca il rischio di qualche fake.

Ma si è aperta un’altra questione ancora in merito agli effetti che i social media hanno sul piano economico, e non su quello della società o dei singoli; qualche settimana fa, l’ex professore di economia Yanis Varoufakis ha detto al pubblico dello University College di Londra: “l’affermarsi delle grandi società nel campo della tecnologia e dell’intelligenza artificiale farà sì che l’attuale sistema economico si indebolisca da solo: in società come Google o Facebook, per la prima volta in assoluto, il capitale sociale viene acquistato e prodotto dai consumatori. Le tecnologie, tanto per cominciare, sono state finanziate con denaro governativo; poi, ogni volta che si cerca qualche cosa su Google, si porta un contributo al capitale di Google,” (…) “E chi è che si prende i frutti del capitale? Google, non voi. Non c’è dunque dubbio che il capitale sia prodotto in modo sociale, e che i suoi frutti invece siano privatizzati. Questo, insieme all’intelligenza artificiale, sta per portare alla fine del capitalismo”.

Il discorso parte da molto lontano; quando il grande economista Simon Kuznets dopo il 1930 ha ideato il concetto di Prodotto Interno Lordo, ha deliberatamente lasciato due settori industriali fuori da quella che all’epoca era un’idea di reddito nazionale innovativa e rivoluzionaria: la finanza e la pubblicità, poiché finanza e pubblicità non creerebbero nuova ricchezza ma si limiterebbero ad allocare o a distribuire la ricchezza esistente: il prestito per comprare un televisore non è un televisore, un prestito per accedere a cure mediche non è una cura medica. Sono soltanto i mezzi per conseguire un qualche bene, non il bene stesso. Ma se ci comportiamo come aveva suggerito Kuznets e togliamo dal PIL la finanza e la pubblicità, dal momento che nella crescita la parte del leone (oltre il cinquanta per cento l’anno) la fanno proprio la finanza e la pubblicità -con Facebook o Google o gli hedge fund di Wall Street- si nota che la crescita economica che gli USA hanno perseguito così affannosamente, così furiosamente, in realtà non è mai esistita. La stessa crescita non è stata altro che un’illusione, un gioco di numeri, creato tenendo conto di cose che avrebbero dovuto esserne escluse. Se avessimo tolto dal PIL quelli che potremmo definire “settori allocativi”, noteremmo che la crescita economica è in realtà inferiore alla crescita della popolazione e che le cose stanno così da molto tempo, probabilmente fin dagli anni successivi al 1980; insomma, l’economia statunitense ha ristagnato.

Gli indicatori economici non ci raccontano più una storia realistica, come ogni fake news che si rispetti: oggi l’economia cresce, ma la vita della gente, il benessere, i redditi e la ricchezza non crescono. “Le imprese che non producono ma si limitano a drenare denaro dalla società devono essere tassate in maniera talmente pesante da rendergli problematico sopravvivere”, è la proposta che circola in ambienti economici: un sistema economico deve produrre beni reali, tangibili, altrimenti muore. Nel caso dell’industria finanziaria tutto questo vuol dire tassazione feroce per ogni transazione, soprattutto per Google e Facebook che sono oggi le agenzie pubblicitarie più grandi del mondo, oppure proibire loro di diffondere pubblicità. Perché esse drenano dalla società enormi quantità di capitali produttivi. Capitali che esse, come spiega Varoufakis, non hanno creato.

I capitali li creiamo noi utenti che dobbiamo poi pagare per accedere ai capitali che abbiamo creato. Non facciamo altro che connetterci e guardare cosa fanno gli amici, ma il totale che viene tolto a noi, ai nostri amici e alla nostra comunità è talmente alto che probabilmente non avremmo mai accettato di pagarlo volontariamente se ne avessimo avuto consapevolezza. La Cina ha messo al bando sia Facebook che Google. Per quale motivo l’avrebbe fatto?

Il dibattito è arduo perché il mondo non si è mai trovato davanti a tecnologie come queste. Non ha mai visto una tale densità, una tale profondità di informazioni e fake news e neppure una tale dipendenza da esse. Forse non siamo pronti ad affrontare alcuno di questi aspetti ma dovremmo imparare molto velocemente.

Did you find apk for android? You can find new Free Android Games and apps.


LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome:

Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.