“Dolore minimo” della siracusana Giovanna Cristina Vivinetto

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E’ uno dei casi letterari dell’anno. Ed è straordinario, in un paese refrattario alla poesia, che si tratti di una silloge di versi. “Dolore minimo” (Interlinea, collana Lyra) della siracusana Giovanna Cristina Vivinetto (da tempo trasferita a Roma dove, laureata in Lettere, studia Filologia Moderna alla Sapienza) è già, dopo pochi mesi dalla pubblicazione, alla seconda edizione.

“Dolore minimo” è una raccolta che sbalordisce per la maturità estetica e di contenuto in un’autrice di appena ventiquattro anni. Il tema che la Vivinetto affronta in una sorta di romanzo in versi è di quelli “forti”: il passaggio di un corpo da un sesso all’altro, l’appropriazione di una fisicità e di un’identità femminile negata dalla nascita attraverso un percorso segnato da difficoltà oggettive, ma anche da un travaglio interiore non privo di tenerezze. E però quel tema “forte”, peraltro legato alla sua vicenda esistenziale, è trattato dalla Vivinetto con delicatezza, misura, persino eleganza. Lo stesso titolo, “Dolore minimo”, è espressione della cifra stilistica che aleggia in tutta la silloge, divisa nelle sezioni “Cespugli d’infanzia”, “La traccia del passaggio”, “Dolore minimo”: una cifra stilistica che rifugge le ridondanze della retorica, l’ostentazione e il sensazionalismo, come pure l’oscurità algebrica presente in tanta poesia contemporanea spacciata per sperimentale.

La Vivinetto, che in ciò sembra richiamare Wislawa Szymborska (a cui confessa di essere molto legata), predilige il tono discorsivo, quasi prosaico, pur nell’armoniosa tessitura metrica e negli accenti lirici luminosi, e, nel raccontare poeticamente vicissitudini di potente impatto emotivo, sceglie la sobrietà, la linearità espressiva. Eppure la talentuosa poetessa si misura, nel sofferto scandaglio della sua singolare esperienza, con tematiche di spessore: quale, tra le altre, quella della maternità, rivisitata alla luce della sua personalissima rinascita: “Sono una madre atipica, madre / di una figlia atipica. Ci sono / voluti diciannove anni / per partorirti…”, oppure: “Prendi, figlio mio, / diventa ciò che sei / se ciò che sei non sei potuto essere”. In “Dolore minimo”, che si avvale della presentazione di Dacia Maraini e di una nota di Alessandro Fo, poeta tra i più sensibili del panorama italiano di salda ispirazione cristiana, si coniugano, in felice sintesi, carnalità, rarefatta sensualità, soffuso sentimento (“Non so perché l’avessi proprio tu / quello che in vent’anni andavo cercando. / Perché proprio tu e non un altro – così raro verso questa carne / che a stento si riconosce – / ma per sbaglio nella tasca destra / dei tuoi pantaloni, prima di andartene, / appallottolato ho trovato il mio nome”).

Seppure le modalità espressive riconducano a modelli assai diversi (certo lirismo greco, folgorante nella sua musicalità e impressionista in Penna, la tendenza alla prosa avvolgente nel ripiegamento riflessivo nella Vivinetto), tra il poeta umbro e la poetessa siciliana vi è un punto che li accomuna: la pudicizia.

 

 

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