Un tuffo nel mondo dei bambini: “Una lingua non basta” di Margherita Rimi

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L’agrigentina Margherita Rimi è una delle voci più particolari nel panorama della poesia italiana. Neuropsichiatra infantile, la Rimi con la poesia arricchisce e perfeziona il suo mestiere di medico. Sì, perché la poesia della Rimi si proietta nell’universo dell’infanzia, anche quella deviata, aggredita dall’autismo, ne rielabora il singolare linguaggio, ne decripta desideri, bisogni, ansia comunicativa. Sicché la sua fatica letteraria si aggiunge e s’integra a quella, quotidiana, di terapeuta.

Autrice di sillogi poetiche apprezzate dalla critica più attenta (Daniela Marcheschi su tutti), quali, tra le altre, “Era farsi” e “Nomi di cosa-Nomi di persona”, entrambe edite da Marsilio, la Rimi è ora in libreria con l’ interessante saggio “Una lingua non basta”, edito da People & Humanities.

In “Una lingua non basta” la Rimi, prendendo spunto da alcune interviste rilasciate in varie occasioni, spiega il suo lavoro di poeta e come esso si coniuga a quello di neuropsichiatra. Il libro, arricchito dalla dotta e intelligente introduzione di Maria Giuseppina Terrasi, presenta tanti spunti su temi di rilievo: il rapporto tra il mondo degli adulti e quello dei bambini, l’infanzia “normale” e quella patologica, la relazione tra la scienza e la letteratura (e, in particolare, la poesia), la forza e il valore delle parole, la funzione etica della parola. Su questi temi, e altri ancora, in “Una lingua non basta la Rimi offre le sue meditate e mai scontate riflessioni. La Rimi, forte della sua esperienza di medico e poeta dell’infanzia, ci spiega tante cose: gli adulti molte volte non riescono a comprendere il bisogno affettivo dei bambini, a calarsi nella loro realtà assai complessa; l’età dell’infanzia, a differenza di quel che comunemente si crede, non è un’età idilliaca, e ciò vale per l’infanzia normale e ancor più per quella vittima di turbe psichiche; la scienza talora si lascia imprigionare da dogmi, la poesia, e l’arte in generale, espressioni libere, vanno oltre la scienza, i teoremi, le contingenze; le parole sono un veicolo comunicativo importantissimo, il loro uso appropriato richiama una responsabilità etica che va avvertita non solo da chi opera in una branca così delicata della medicina, quale la neuropsichiatria, o dai letterati, ma da tutti noi.

Nel succinto ma denso saggio (80 pagine, 10 euro), la Rimi ci rende edotti anche di come nasce in lei la poesia, che è ricerca lessicale e dei moduli espressivi più efficaci ed emotivamente coinvolgenti. La poesia della Rimi (alcune sue liriche sono presenti nel libriccino) possiede un timbro molto originale: la contraddistingue l’essenzialità della parola spogliata da ogni orpello, la sintassi irregolare che riecheggia quella del linguaggio dei bambini, l’intreccio tra lingue diverse, compreso il dialetto (la lingua più intima e immediata), perché, come recita il titolo del saggio, “Una lingua non basta”, ne occorrono tante per rappresentare le varie sfumature delle nostre interiorità.

Leggere la Rimi significa tuffarsi nel mondo dell’infanzia, scoprirne segreti inesplorati, segni distintivi non percepiti e, perfino, in taluni casi, riassaporare qualcosa che ci ha appartenuto e che abbiamo vissuto riappropriandoci di ricordi e valori rimasti muti dentro noi stessi. Da questo punto di vista, “Una lingua non basta”, con i suoi “contributi su poesia e infanzia”, sottotitolo del saggio, assume una portata anche pedagogica: ci fa capire meglio come relazionarci con i bambini; e ci invita a leggere le poesie della Rimi. Ma in “Una lingua non basta” si può leggere anche altro, aldilà del complicato legame tra adulti e bambini e del doppio lavoro di medico e poeta della Rimi – un qualcos’altro di valenza generale: il travaglio che ogni sforzo creativo, in questo caso poetico, comporta, come a ogni elucubrazione letteraria o artistica si accompagni uno scandaglio interiore mai fine a se stesso, ma funzionale alla crescita culturale e sociale.

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