La poesia e il sapore del nostro dialetto nel “D’amuri e di raggia” di Anna Maria Bonfiglio

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In un’intervista rilasciata a un quotidiano agli albori degli anni ’70, Pasolini constatava la scarsa diffusione della poesia dialettale (tra i poeti giovani, ne ricordava solo uno, l’allora ventenne Pippo Battaglia di Aliminusa, oggi quasi del tutto, ingiustamente, dimenticato). A distanza di tanti decenni, il declino della poesia dialettale – in sintonia con la stantia sopravvivenza dei dialetti – sembra inarrestabile. Sicché, quando ci si imbatte in una silloge di poesie dialettali, nei nostri animi si accende un lumicino di speranza: la speranza che la lingua dei nostri avi, delle nostre radici, non vada perduta. Se poi la silloge è anche esteticamente pregevole, si rincuora il nostro ottimismo.

“D’amuri e di raggia” di Anna Maria Bonfiglio –poetessa di lunga frequentazione dalle origini agrigentine ma da tempo residente a Palermo – edito da Agemina dà linfa al desiderio, in noi mai spento, di resistenza del nostro dialetto a fronte dell’omologazione, anche nella lingua, che segna i tempi in cui si vive.

“D’amuri e di raggia” è la prova non solo che in Sicilia ancora si scrivono poesie in dialetto, ma che a scriverle siano dei poeti di razza, non semplici orecchianti.

Le poesie della silloge abbracciano vari temi, compresi quelli sociali, come ad esempio l’immigrazione vissuta con delicata e partecipe sensibilità, e quelli religiosi. Il titolo, “D’amuri e di raggia”, è già di per sé eloquente: la poesia della Bonfiglio si nutre di sentimenti, e solo di essi. In essa, non c’è spazio per elucubrazioni cerebrali, né per artifici parolai aridi e fini a se stessi spacciati per sperimentalismi frequenti in certa poesia contemporanea. E i sentimenti di cui si alimenta e che alimenta la vena lirica della Bonfiglio, tanti e diversamente modulati – dalla passione dei sensi all’affetto più coinvolgente, dalla nostalgia per un passato che non torna alla speranza del riscatto, dalla tristezza alle piccole gioie, dalla dolcezza nella contemplazione della natura e nella bellezza del creato all’amarezza per le ingiustizie sociali (da “Patri nostru”, “grapi l’aricchi e scinni di sta cruci / caccia mircanti e fausi profeti”) -, tutti insieme i sentimenti trovano felice sintesi in quelli dell’amore e della rabbia.

D’altra parte Ester Monachino, nella dotta prefazione, mette in risalto, quale cifra della poetica e del vissuto della Bonfiglio, “il suo essere assettata d’umanità giusta ed equilibrata” e il contrapporre la ricchezza dell’amore “alla povertà della civiltà odierna”.

La Bonfiglio, con questa pur breve silloge, fa risorgere, tra tanta aridità, i sentimenti e, con essi, la lingua che malgrado tutto continua ad appartenerci; e nello stesso tempo, la poesia è per l’autrice stessa un ancoraggio, un appiglio nel suo attraversare, non senza dolori, la quotidianità dell’esistenza: “sta vita suvirchiusa / a versu so mi conza e sconza ancora.”

Antonino Cangemi

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