“I tragediatori. La fine dell’antimafia e il crollo dei suoi miti”, di F.Forgione

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Nel gergo mafioso, “tragediatore” è chi, all’interno di Cosa nostra, quando si parla tra uomini d’onore, mente, costruisce castelli di bugie confezionati ad arte. Francesco Forgione ha voluto intitolare il suo ultimo saggio, edito da Rubbettino, “I tragediatori”; il sottotitolo svela perché e l’intento provocatorio: “La fine dell’antimafia e il crollo dei suoi miti”. “I tragediatori” sono per Forgione i protagonisti di un’antimafia che i fatti giudiziari e della cronaca svelano macchiata dalle più incredibili montature e da pericolosi deragliamenti.

“I tragediatori. La fine dell’antimafia e il crollo dei suoi miti” non è il primo libro che accende i riflettori sul fenomeno di un’opposizione a Cosa nostra strumentale intrecciata a utilitarismi vari e a carrierismi. L’editoria di quest’ultimo cinquennio è ricca di saggi che s’interrogano sui confini tra mafia e antimafia, divenuti incerti. Quello di Forgione, però, si segnala perché ad affrontare lo spinoso tema è un politico che ha vissuto in prima persona la stagione dell’antimafia, spendendosi con passione per una causa in cui ha creduto e nella quale, malgrado tutto, continua a credere; di un politico, peraltro, che ha ricoperto importanti cariche istituzionali. Forgione, infatti, già deputato all’Ars e alla Camera, è stato presidente della Commissione parlamentare antimafia nella XV legislatura.

In “I tragediatori. La fine dell’antimafia e il crollo dei suoi miti” Forgione ripercorre le tappe del suo impegno politico antimafioso, e nel riviverle è costretto a rileggerle alla luce di tutte quelle vicende che hanno smascherato doppiezze e ambiguità, talora clamorose.

Il saggio di Forgione, perciò, è un libro di testimonianza diretta, oltre che lucido nella sua analisi, accorato. Forgione in “I tragediatori. La fine dell’antimafia e il crollo dei suoi miti” non ha peli sulla lingua e non fa sconti a nessuno, ma nello stesso tempo non riesce a nascondere la sua amarezza dinanzi a “tradimenti” che minano la credibilità del movimento antimafioso. La sua è una disamina articolata e completa, che passa in rassegna le alterne posizioni della Confindustria siciliana, la gestione dei beni confiscati, la carriera di politici e giudici favorita da un’antimafia di facciata, il caso Maniaci. Su quest’ultimo la sua delusione è cocente, perché Telejato si era imposta come punto di riferimento nel contrasto a interessi malavitosi in un territorio controllato da Cosa nostra e lui stesso si era prestato a figurarne come direttore per sopperire alla mancata iscrizione nell’Albo dei giornalisti di Maniaci.

Nel saggio, inoltre, Forgione fornisce una sua interpretazione delle più recenti vicende politiche siciliane e, in particolare, degli ultimi suoi governi.

L’ultimo capitolo è intitolato “La Sicilia come metafora”: sia in omaggio a Sciascia che, per primo e con largo anticipo, avvistò il rischio di un’antimafia opportunistica, sia perché quel che lo scrittore osserva nel libro-conversazione con Marcelle Padovani vale anche per lo sconfinamento oltre l’isola del contrasto alla mafia come paravento di perversi giochi di poteri.

Forgione non può non notare che l’antimafia ha subito duri colpi, è stata avvelenata da accadimenti incresciosi, e oggi non gode più della credibilità di un tempo. Ma non è affatto rassegnato e pessimista: riconosce, proprio a conclusione del suo saggio, che lo Stato ha fatto significativi passi avanti nel contrasto alla criminalità ed è arrivato il momento, fatta piazza pulita delle tante deviazioni, di rifondare il movimento antimafia.

Come scrive Giuseppe Di Lello nella prefazione, il libro di Forgione ha una sua “morale”: “sconfiggere gli opportunismi e ricompattare un fronte antimafia credibile che sia di sostegno, però non acritico, al lavoro dei magistrati e sappia anche riscoprire l’indispensabile valore delle lotte sociali per la sconfitta della criminalità mafiosa”.

 

 

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