Cibo e letteratura secondo Dora Marchese

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Il rapporto tra cibo e letteratura è antico quanto antico è il bisogno di nutrirsi e quello di sublimare il proprio sentire nelle parole. D’altra parte, il cibarsi non risponde soltanto a una necessità fisica, ma anche al piacere del palato e al gusto della convivialità. In una parola il cibo, colto nei suoi aspetti relazionali, esprime, riferito a contesti epocali e sociali, quella che si è soliti definire “cultura”. E la letteratura, una delle massime espressioni della creatività dell’uomo, è specchio e riflesso della “cultura”, anche nel suo rilievo gastronomico.

“Il gusto della letteratura” di Dora Marchese, edito da Carocci, analizza con puntiglio critico accompagnato da accattivante piglio discorsivo ‹‹la dimensione gastronomica-alimentare negli scrittori italiani moderni e contemporanei›› (come recita il sottotitolo).

La ricerca di Dora Marchese, saggista collaboratrice dell’Università di Catania, indaga sul cibo nella letteratura italiana dell’Ottocento e del Novecento, non trascurando talune trascrizioni cinematografiche di grandi classici. Uno sguardo particolarmente attento è rivolto agli scrittori siciliani al punto che Simonetta Agnello Hornby, che ne ha curato la presentazione, osserva: ‹‹Noto, con l’orgoglio di lettrice siciliana, che, anche in questo campo, i nostri scrittori hanno una presenza significativa››. Sicché, leggendo il saggio –di sicuro interesse scientifico, ma anche di gradevole lettura – si scopre che in Verga sono le alici e le cipolle, oltre le fave con cui fare il macco e le uova, a comparire con più frequenza nelle tavole sobrie dei “vinti” e che il pane bianco e quello nero segna la differenza tra i signori e i contadini e i pescatori; così come si apprende che i pomodori secchi, il formaggio, le arance, la cicoria selvatica assumono una connotazione simbolica, non senza protesta sociale, nell’universo ricco di richiami metaforici e ancestrali di Vittorini. Ne Il gattopardo la descrizione delle prelibatezze della cucina siciliana è dettagliata e puntuale e lo sfarzo dei pranzi con infinite portate è espressione dell’orgoglio di un’aristocrazia che si arrende con malinconica superbia al proprio declino. Ne La lunga vita di Marianna Ucrìa di Dacia Maraini vi è un assortito campionario di leccornie sicule, che va dalla caponata alla pasta con le sarde, dai maccheroni di “zitu” agli “sfincioni” con cipolla e origano, dai gelati al gelsomino ai “moffoli” con ricotta e zucca condita. Nella poetica di Pirandello, ispirata al “sentimento del contrario” proprio dell’umorismo, il cibo non ha lo scopo, come nel verismo, di rafforzare la verosimiglianza della narrazione, ma è funzionale a descrivere la psicologia dei personaggi e a delinearne la loro sfera sociale.

Ma il saggio di Dora Marchese non si sofferma solo sugli scrittori siciliani. L’indagine si estende anche ad altri autori della letteratura italiana: da Manzoni, nelle cui pagine si ritrovano diverse osterie, a Federigo Tozzi e alla bulimia di taluni suoi personaggi (si pensi ai fratelli Gambi di Tre croci), alle atmosfere rarefatte e sensuali dei romanzi di D’Annunzio, che relegano in secondo piano i riferimenti gastronomici. Un capitolo a parte, poi, è dedicato al Futurismo, fautore di una rivoluzione gastronomica che sovverte l’ordine delle portate (si inizia col caffè e con i dolci e si finisce con gli antipasti) e che mette al bando la pastasciutta, definita nel Manifesto della cucina futurista pietanza ‹‹antivirile››, ‹‹causa di “fiacchezza››, ‹‹pessimismo››, ‹‹neutralismo››.

E tante altre sono le curiosità e le acute osservazioni presenti nel saggio della Marchese, istruttivo e interessante non solo per gli addetti ai lavori.

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