Via D’Amelio, segreti e non misteri. La Commissione Parlamentare d’inchiesta per stanarli

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La Corte di assise di Caltanissetta ha depositato le motivazioni della sentenza del Borsellino quater con la quale nell’aprile del 2017 vennero condannati all’ergastolo per strage, Salvino Madonia e Vittorio Tutino e a 10 anni per calunnia i falsi collaboratori di giustizia Francesco Andriotta e Calogero Pulci. Pesanti sono le affermazione che è dato leggere in sentenza laddove i giudici, dando per accertato che un depistaggio fu posto in essere, sostengono che Scarantino fu indotto a mentire “con particolare pervicacia e continuità con l’elaborazione di una trama complessa che riuscì’ a trarre in inganno i giudici dei primi due processi” così’ dandosi luogo ad “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana. Ed aggiungono come sia lecito “interrogarsi sulle finalità realmente perseguite da soggetti inseriti negli apparati dello Stato, che si resero protagonisti di questo disegno criminoso”.

È evidente che i giudici di Caltanissetta, pur senza fare nomi, fanno riferimento ad organi delle istituzioni tant’è che hanno ritenuto di trasmettere in Procura i verbali delle udienze dibattimentali che “possono contenere elementi rilevanti per la difficile ma fondamentale opera di ricerca della verità”. E che i suggeritori di Scarantino possano essere stati soggetti delle istituzioni, è confermato dal fatto, che alcuni giorni fa la Procura della Repubblica di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio del funzionario Mario Bo e degli ispettori Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo , all’epoca facenti parte del gruppo investigativo Falcone Borsellino. A costoro viene infatti contestato di avere indotto il falso pentito Scarantino ad accusare alcuni innocenti e a confermare le accuse calunniose anche in sede dibattimentale. Gli stessi avrebbero infatti indotto, mediante minacce e pressioni psicologiche, Candura Salvatore, Andriotta Francesco e Scarantino Vincenzo a rendere false dichiarazioni in merito alla fase esecutiva della strage di via D’Amelio. I tre si accusarono infatti del furto della Fiat 126, imbottita di tritolo ed utilizzata per l’attentato al giudice Borsellino, chiamando in causa presunti complici e mandanti. Una volta accertato, 17 anni dopo, che la autovettura era stata imbottita di tritolo da Gaspare Spatuzza, tutti e tre ammisero di avere detto il falso aggiungendo che le false accuse erano state loro suggerite dai poliziotti che li interrogavano e che addirittura gli facevano ripetere “la lezione” prima che testimoniassero dinanzi ai magistrati i quali non si sarebbero accorti di nulla confidando nell’esperienza di Arnaldo la Barbera anche egli indagato ma deceduto nel 2002 e che secondo i suddetti pentiti sarebbe stati insieme agli altri funzionari l’ispiratore del depistaggio.

Nella citata sentenza i giudici si pongono alcuni rilevanti interrogativi. Scarantino infatti, sebbene completamente estraneo alle stragi, rivelò agli inquirenti “una serie di circostanze del tutto corrispondenti al vero”( come la rottura del bloccasterzo della Fiat 126 rubata per collocarvi l’esplosivo, le targhe false applicate nella carrozzeria di Orofino), circostanze che potevano essere note soltanto a chi aveva organizzato la strage, per cui è lecito chiedersi da chi queste informazioni vennero trasmesse allo Scarantino inducendolo quindi a fare ritenere tali circostanze come provenienti da una sua diretta conoscenza. Ma i giudici nella sentenza fanno anche riferimento alla sparizione dell’agenda rossa che riconducono alla “eventuale finalità di occultamento della responsabilità di altri soggetti per la strage, nel quadro di una convergenza di interessi tra Cosa Nostra e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l’opera del magistrato” ; e ricordano in proposito come il pentito Nino Giuffrè, abbia dichiarato come, prima di effettuare le stragi, Cosa Nostra ebbe ad effettuare dei veri e propri sondaggi contattando “persone importanti del mondo politico ed economico”. Lo stesso Borsellino, poi, ebbe a confidare alla moglie “che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, (…) ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò potesse accadere” con la sua “drammatica percezione” della esistenza di un “colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato”. (sent. citata). La sentenza inoltre stabilisce “un collegamento tra il depistaggio e l’occultamento dell’agenda rossa”, considerato che in entrambe le vicende, è presente Arnaldo La Barbera, dal 1986 al 1988 appartente al SISDE. Una velata critica viene dai giudici di Caltanissetta rivolta anche a i magistrati che si occuparono delle indagini ai quali “ le numerose oscillazioni e ritrattazioni di Scaranrtino, avrebbero dovuto consigliare “un atteggiamento di particolare cautela e rigore nella valutazione delle sue dichiarazioni, e una minuziosa ricerca di tutti gli elementi di riscontro, positivi o negativi che fossero, secondo le migliori esperienze maturate nel contrasto alla criminalità organizzata, e incentrate su quello che veniva giustamente definito il metodo Falcone”. Fatto sta, che a seguito delle false dichiarazioni di Scarantino, vennero condannati all’ergastolo sette innocenti, poi assolti,in sede di processo di revisione dopo avere scontato parecchi anni di reclusione.

Il Pm Ilda Boccassini, nel 1994 applicata alla Procura di Caltanissetta, ebbe, inascoltata, a mettere in guardia i colleghi in ordine alla scarsa attendibilità delle propalazioni di Scarantino. Dichiarò infatti in proposito , nel 2014, in una intervista al Corriere della Sera : “Scarantino diceva cose assurde, chiamava in causa collaboratori di giustizia di caratura ben più elevata che non era neanche in grado di riconoscere in foto. Con il collega Roberto Sajeva mettemmo nero su bianco le nostre perplessità, scrivemmo che si stava imboccando una pista pericolosa, lo dicemmo al Procuratore Tinebra, ai colleghi Anna Palma e Nino Di Matteo, lo segnalammo in una nota inviata anche alla Procura di Palermo…il mio dovere era mettere per iscritto che si stavano imbarcando in una strada pericolosa”. Le parole della Boccassini caddero nel vuoto e non vennero tenute in alcuna considerazione. Altri pentiti, anni dopo, hanno demolito le dichiarazioni di Scarantino e in particolare Gaspare Spatuzza che si è autoaccusato di avere rubato lui la Fiat 126 imbottita di tritolo parcheggiata dinanzi la abitazione della madre del giudice.

Ci si chiede allora se con un minimo di professionalità si sarebbe potuto evitare il depistaggio che per ben 18 anni ha fatto si che i reali assassini di Borsellino si sottraessero alla giustizia, senza dovere attendere la tardive rivelazioni di Spatuzza e che degli innocenti, venissero condannati in via definitiva dopo tutti i gradi di giudizio. Io credo che a questo interrogativo possa darsi risposta affermativa se si fosse verificato, dopo gli opportuni riscontri ed accertamenti, che le dichiarazioni di Scarantino altro non erano, come disse la Boccassini che “fregnacce pericolose”, ma soprattutto si sarebbero potute sventare, nella immediatezza dei fatti, le trame dei depistatori, individuando le finalità del depistaggio anche a livelli più elevati di semplici funzionari, ispettori di polizia o dirigenti della Squadra mobile. Oltretutto si sarebbe evitata una brutta figura alla giustizia italiana.

Ulteriori indagini e magari l’istituzione di una Commissione parlamentare potranno fare luce su quanto realmente avvenne dopo la strage di via D’Amelio cercando di capire perché venne costruita una falsa verità, individuando chi “indottrinava” Scarantino, chi gli scriveva ciò che avrebbe dovuto raccontare ai magistrati, chi correggeva i verbali di interrogatorio, chi lo sottopose a pestaggi, tutto ciò o per avere un colpevole comunque in un momento in cui lo Stato mostrava tutta la sua debolezza o peggio ancora per nascondere delle verità incoffessabili. Lo stesso presidente della Commissione antimafia, Pisanu ebbe allora ad affermare, nella relazione, che sono emerse “forzature anche ad opera di funzionari della polizia di Stato legati ai Servizi Segreti aggiungendo che : “E’ legittimo chiedersi se tali forzature nacquero dall’ansia degli investigatori di dare una risposta appagante all’opinione pubblica sconvolta o se invece nacquero da un deliberato proposito di depistaggio”. Quello pertanto che dovrà essere chiarito ed accertato, perché costituisce il nodo fondamentale di tutta la vicenda, è se “le forzature” avvennero in buona fede ritenendo che il risultato che si prospettava era veritiero oppure se la falsa pista venne indicata da soggetti delle istituzioni, anche ad alti livelli, al fine di coprire moventi e responsabilità occulte della strage. Occorre quindi capire se la falsa verità, costruita a tavolino, avvenne per coprire realtà alternative e in caso affermativo con l’avallo o su mandato di chi e a quale livello politico o investigativo. Non bisogna inoltre dimenticare che Arnaldo La Barbera, l’ex questore che guidava il pool che indagava sulle stragi, per un periodo precedente alle stragi, secondo quanto risulta dalla documentazione consegnata dall’Agenzia per la sicurezza interna) aveva ricevuto denaro dal Sisde dove era indicato come fonte col nome “Rutilius”. Ci si chiede allora a che titolo gli era stato corrisposto questo denaro e che ruolo hanno avuto nelle stragi gli “apparati deviati dello Stato”. E ciò senza considerare che all’inizio della sua collaborazione, Spatuzza ha rivelato che nel garage dove egli aveva portato la Fiat 126 per imbottirla di esplosivo, vide una persona estranea all’ambiente di Cosa Nostra, mai incontrata prima né in seguito, persona che non è stato possibile identificare. In ogni caso resta la presenza di un non mafioso al momento della preparazione dell’autobomba.

Induce a ritenere il coinvolgimento nella strage di via D’Amelio di apparati deviati dello Stato, per cui non soltanto di un delitto di mafia si sarebbe trattato, la vicenda del misterioso appunto del Sisde che sembrerebbe avere anticipato la falsa soluzione scaturita dalle dichiarazioni di Scarantino e degli altri falsi pentiti. Circa un mese dopo la strage di Via D’Amelio, il 13 agosto 1992, partì dal centro Sisde di Palermo, un appunto, protocollo numero 2298/Z.3068, nel quale si legge che “da contatti informali” si potevano prevedere imminenti sviluppi sugli autori del furto della macchina imbottita di tritolo e “sul luogo ove la stessa sarebbe stata custodita prima di essere utilizzata nell’attentato”. La circostanza inquietante è che alla data del 13 agosto non vi era alcun pentito che avesse parlato del garage dove sarebbe stata nascosta la Fiat 126 rubata per l’attentato dato che soltanto il 13 settembre, Salvatore Candura cominciò a parlare della macchina autoaccusandosi del furto commesso su incarico di Vincenzo Scarantino, dichiarazione poi ritrattata 17 anni dopo. I pubblici ministeri di Caltanissetta, nella memoria inviata alla Commissione parlamentare antimafia scrivono , con riferimento a Candura . “Egli dichiarava di non avere affatto rubato l’auto, di essere stato indotto ad accusarsi del furto e a chiamare in causa lo Scarantino a seguito delle pressioni fattegli dal dr. Arnaldo La Barbera, che l’aveva” messo con le spalle al muro” dopo che lo stesso era stato arrestato per violenza carnale; di avere conseguentemente, a seguito delle minacce fattegli dal dr.La Barbera oltre che della promessa di un consistente aiuto economico da parte, dello Stato, deciso ad autoaccusarsi del furto chiamando in causa lo Scarantino che peraltro gli era stato indicato dallo stesso La Barbera come committente del furto ; di avere patito durante il periodo della sua “collaborazione” con lo Stato varie minacce da parte dei funzionari di polizia che riguardavano ora la propria incolumità personale, ora quella dei propri figli”. Resta comunque la strana circostanza che un mese prima che Candura rendesse le false dichiarazioni sul furto della Fiat 126 e sul luogo ove la stessa era sta custodita, il Sisde era a conoscenza di quanto sarebbe accaduto un mese dopo. Ma la circostanza appare ancora più inquietante se si considera che gli agenti all’epoca in servizio tra Palermo e Roma nulla hanno saputo dire in merito a tale appunto e colui che ebbe a sottoscriverlo sostenne di non ricordare nulla di quello strano documento.

A prescindere dalle singole responsabilità che dovranno essere accertate un dato è certo e cioè che vi fu un depistataggio il cui movente è ancora misterioso, depistaggio che non può essere ridotto, con una lettura minimale, alla fretta di venire a capo della strage che aveva messo in ginocchio lo Stato dimostrando lo strapotere di Cosa Nostra nell’Italia del 1992. Il depistaggio, “uno dei più gravi della storia giudiziaria italiana” mio avviso, può avere motivazioni più complesse se si considera che si ebbe fretta di dare una lettura esclusivamente mafiosa dell’attentato per evitare che le indagini potessero indirizzarsi alla individuazione dei cosiddetti “mandanti esterni” di una strage che presenta certamente delle anomalie anche per la accelerazione che, secondo quanto riferito da alcuni pentiti, subì’ nei tempi di realizzazione. E’ da ritenere che Giuseppe Graviano, autentico regista della strage, non fosse affatto preoccupato delle dichiarazioni di Scarantino, come sembra emergere dalle dichiarazioni del collaboratore Fabio Tranchina, autista di Graviano, ritenuto attendibile dai magistrati, secondo cui quest’ultimo avrebbe detto : parrassi, parrassi quantu vuoli”. Parlasse, parlasse quanto vuole. Lui sapeva che la verità era un’altra.

In una intervista rilasciata di recente, Fiammetta Borsellino, figlia del giudice ucciso, ha dichiarato : “Non ho un’idea su chi tradì mio padre (…)ma mio padre mi disse che sarebbe morto quando altri lo avrebbero permesso, altri uomini sicuramente delle istituzioni. Una cosa posso rilevare è che qui i tradimenti veramente sono stati a tutti i livelli. Sul motivo dei depistaggi e tradimenti si dice convinta che vi fu allora un intreccio molto forte tra mafia e istituzioni,” intreccio che passa anche per quelli che erano i forti poteri economici di allora : uno dei pallini di mio padre era il dossier mafia appalti che fu prontamente chiuso pochi mesi dopo l’eccidio di via D’Amelio. Per far luce davvero su tutto ci vorrebbe un grande contributo di onestà da quegli uomini delle istituzioni che sanno”

Ancora una volta sono del parere che la tragica morte di Borsellino e degli uomini della sua scorta e il gravissimo depistaggio che subirono le indagini, non vanno annoverati tra i misteri d’Italia ma soltanto tra i segreti di cui sono depositari coloro che, all’interno degli apparati deviati dello Stato, organizzarono e decisero il tutto, per la tutela di propri interessi, demandando poi l’esecuzione alla mafia. Costoro difficilmente saranno disposti a rivelare cosa accadde veramente in quel luglio del 1992 perché ciò significherebbe accusarsi di fatti gravissimi. Soltanto delle indagini condotte con professionalità e magari l’istituzione di una commissione parlamentare di indagine potrebbero sortire un qualche risultato tenendo presente che eventuali collaboratori mafiosi sul punto del coinvolgimento di soggetti esterni a Cosa Nostra, non saranno in grado di rivelare nulla perchè essi stessi non a conoscenza della esistenza di siffatti soggetti, verosimilmente noti ai soli vertici di Cosa Nostra che difficilmente saranno indotti a fare rivelazioni in tal senso. Qualcosa avrebbero potuto riferire Riina o Provenzano ma entrambi hanno portato con sé nella tomba quanto a loro conoscenza di molti dei segreti d’Italia.

 

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